(contiene spoiler)
Adottando un approccio cosiddetto "minimalista", il film mette in scena uno spaccato delle vite quotidiane di una coppia agiata di newyorchesi di mezza età e con due figli. L'incipit ci mostra la loro separazione, l'epilogo la ripresa del loro rapporto, ambientando entrambe le sequenze durante una rappresentazione scolastica dei figli, con un ricercato effetto di circolarità narrativa. Nel mezzo l'esistenza di tutti i giorni, tratteggiata in modo apparentemente "casuale" e "dimesso" attraverso una messinscena in realtà accuratissima e che raggiunge una grande intensità espressiva: a partire dal lavoro sul sonoro, che ci fa ascoltare su una pista acustica quasi pari a quella dei dialoghi tutti i rumori d'ambiente così da farci sentire "immersi" nella situazione rappresentata, effetto raggiunto anche grazie ad una fotografia dalle tonalità uniformi ma ricca di sfumature, che ci restituisce lo spazio della metropoli attraverso l'approccio del ritratto intimistico, nonché da una regia estremamente "mobile", che sta addosso ai personaggi con continui cambi di angolazione, movimenti di camera in tutte le direzioni e frequente utilizzo dell'effetto "macchina a mano". La sceneggiatura (dello stesso Cooper, con Mark Chappell e l'attore protagonista Will Arnett, a partire da un'idea proprio di quest'ultimo, a sua volta ispirata ad una storia vera) insiste anch'essa su dialoghi ordinari e situazioni che non presentano nulla di speciale, concentrandosi sul disegno dei due personaggi principali, notevolmente interpretati dal citato Arnett e da Laura Dern; minore attenzione è riservata ai figli e agli amici dei protagonisti, comunque sbozzati con la professionalità necessaria a definire un quadro d'insieme che fa da sfondo alla vicenda principale. Di grande importanza il contrappunto musicale di James Newberry.
Proprio dalla combinazione tra l'interpretazione "stropicciata" di un affascinante Arnett, la concitazione della messinscena che lo segue nelle sue esibizioni in stand-up comedy e le incalzanti musiche che contrappuntano questi momenti emerge una seconda peculiarità della messinscena di questo film, apparentemente in contrasto con la prima, quella dell'estetizzazione della realtà. Il contesto urbano è rassicurante quanto privo di conflittualità (non così in altri scorci cittadini simili che abbiamo visto in altre opere statunitensi), il dramma è solo interiore e relazionale ma, nonostante ciò, il protagonista è bello e vincente nonché rappresentato in modo trascinante proprio attraverso le modalità espressive di cui sopra, che conducono lo spettatore ad una particolare percezione degli eventi rappresentati. Questo può rafforzare la proiezione identificativa da parte di chi guarda e nulla toglie allo spessore del film. Va semplicemente osservato che il punto di vista principale che l'opera ci offre è quello di Alex piuttosto che di sua moglie Tess.
Oltre all'indubbio risultato espressivo, È l'Ultima Battuta? offre notevoli spunti di riflessione sotto il profilo esistenziale, mettendoci di fronte ad aspetti che possono parlare alla vita di tanti occidentali postmoderni: le dinamiche relazionali non facili; l'ideologia dell'autoaffermazione, del piacere e della felicità; la mancanza di un orizzonte di senso più ampio nel quale inserire la propria esistenza. Ma lo fa con piglio leggero e con uno sguardo aperto alla speranza, dato che nell'epilogo i due protagonisti si dichiarano disponibili a vivere assieme anche la loro sofferenza. E questo non è un happy end da commedia sentimentale hollywoodiana ma semmai una sua rivisitazione evoluta e decontestualizzata in quanto il film di Cooper non si inserisce all'interno di una precisa convenzione di genere cinematografico.
Pier
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