(contiene spoiler)
Inaspettatamente (considerando la sua filmografia più recente) Paul Thomas Anderson - che scrive, dirige e co-fotografa il film ispirandosi al romanzo Vineland di Thomas Pynchon - mette in scena con notevole maestria un'epica postmoderna cripto-nichilista seppur riscattata dall'apertura finale.
Epica perché la dimensione solenne del contesto è presente e sottolineata da tutti gli artifici della messa in scena, che alterna il titanismo di alcuni momenti con il controcanto ironico quando non esplicitamente grottesco di altri. A tratti i personaggi assumono quasi una statura iconica ma contemporaneamente dialoghi e/o situazioni ne rivoltano in burla la credibilità: si sollecita quindi un certo tipo di adesione emotiva dello spettatore per poi metterla subito in discussione con il risultato di distanziarlo criticamente dalla materia narrata. E qui il postmoderno...ma non solo in questo. Il conflitto rappresentato è sì tra due diverse visioni della vita ma contrassegnate entrambe da un sottofondo nichilista, aspetto che viene esplicitato dalla reciproca attrazione tra i due antagonisti principali dell'incipit, Perfidia e il colonnello Lockjaw, entrambi connotati da una pulsione distruttiva che si esplicita in due diverse ideologie, che, seppur in lotta tra loro, sono solo il rivestimento formale della sofferenza che le sottende. Da questa attrazione consumata nasce Willa, dotata di una forte carica pulsionale che però ha trovato il suo bilanciamento nel più morbido approccio di colui che, pur non essendo il suo padre biologico, la cresce: Bob Ferguson, che viene definito nel film inadeguato alla sua compagna Perfidia, rivoluzionaria da generazioni. Proprio questa "inadeguatezza" gli farà preferire l'amore per la figlia alla spericolata vita da combattente e questo imprinting probabilmente consentirà a Willa di trovare una strada, prefigurata nell'epilogo, che le consente di vivere la tensione etico-sociale con un equilibrio sconosciuto ai suoi predecessori.
Pier
Barometro del gruppo di confronto sul cinema: 🌈🌈🌈
(media 3,4 - Numero votanti: 15)
Un fumettone condito con personaggi caricati ( lei è sin troppo sopra le righe) e recitazioni forzate. Esagerato il tono del racconto e scarsa la qualità della sostanza.
RispondiEliminaSi lascia seguire fino all'epilogo ma sempre a mezza bocca.
Se ne legge tutta l'insensata abbondanza.
Davvero non si poteva fare meglio con attori di quel calibro?
Film godibile, a mio avviso dura troppo ma scorre grazie soprattutto al ritmo dato dalla colonna sonora (quasi costante per tutta la durata della pellicola). Sono d'accordo con Alelisa sul fatto che la ragazza è sopra le righe, infatti è il personaggio che mi ha convinto meno (e che per fortuna a un certo punto sparisce dalla scena). Da brividi invece l'interpretazione di Sean Penn (chissà che non vinca l'Oscar), e sempre di alto livello quella di Leonardo Di Caprio, nei panni di un antieroe alla 'drugo' di Coeniana memoria.
RispondiEliminaCiao Pier. Sono assolutamente d'accordo con la tua recensione sono entrato al cinema aspettandomi un film hollywoodiano d'avventura come ne vediamo tanti ne sono uscito con molti spunti interessanti soprattutto riguardo questa visione nichilista della società americana che tu citi all'interno dell'articolo. Probabilmente è il primo film di tre ore dal quale esco pensando "ma come, è già finito?". Le interpretazioni attoriali le ho trovate particolarmente azzeccate. Il loro essere "sopra le righe" in particolar modo riscontrabile nei personaggi di Teyana Taylor (Perfidia) e Sean Penn (Steven Lockjaw) non fanno che sottolineare il loro contraltare più equilibrato: Leonardo DiCaprio (Bob Ferguson). Proprio il protagonista della pellicola in un mondo di personaggi "sopra le righe" risulta inadeguato, spesso un vero e proprio cialtrone, ma proprio da questa sua inadeguatezza che nasce e può crescere Willa, l'unica speranza rimasta all'interno del mondo di Paul Thomas Anderson. Film che merita i riconoscimenti che sta raccogliendo.
RispondiElimina“Una battaglia dopo l’altra”: la prossima battaglia di Willa
RispondiEliminaIn “Una battaglia dopo l’altra”, Paul Thomas Anderson mette in scena due realtà contrapposte, entrambe clandestine e illegali.
Da una parte ci sono i French 75, una banda di giovani militanti rivoluzionari di cui fanno parte i due protagonisti, Bob e Perfidia. Organizzano operazioni per liberare immigrati irregolari rinchiusi nei centri di detenzione, probabilmente in attesa di essere respinti nei Paesi di origine. Sono giovani che hanno scelto la lotta politica anche attraverso le armi ma che Anderson rappresenta con una leggerezza sorprendente: sono audaci, allegri, sprezzanti del pericolo. Le loro azioni sono attentamente pianificate, provocano danni materiali ma inizialmente non producono vittime.
È significativo che persino una situazione potenzialmente mortale possa trasformarsi, per Perfidia, in un’occasione di vita. Durante un attentato a un traliccio, mentre una bomba sta per esplodere, lei chiede a Bob di fare l’amore. È una scena che definisce il personaggio meglio di qualsiasi spiegazione: Perfidia è un’esplosione di vitalità, una donna che vuole vivere ogni istante fino in fondo, anche quando la morte le è accanto.
La drammaticità entra nella storia quando Perfidia uccide una guardia durante una rapina. È il momento in cui la violenza supera una soglia e il gruppo viene ridefinito dalle conseguenze delle proprie azioni. Perfidia viene arrestata e accetta di diventare un’informatrice. Da quel momento la sua vicenda si intreccia con quella dell’altra realtà clandestina che Anderson mette in scena: i Pionieri del Natale.
A catturarla è il colonnello Steven J. Lockjaw, un personaggio ambiguo e inquietante, che Perfidia aveva già incontrato durante una delle sue azioni e con il quale aveva iniziato una torbida relazione sessuale. È proprio attraverso questa relazione che le due realtà apparentemente inconciliabili finiscono per incontrarsi.
I Pionieri del Natale sono una setta segreta che si annida nelle istituzioni e nei loro apparati di potere. Se il mondo dei French 75 è caratterizzato dalla giovinezza, dal movimento, dal desiderio e dall’irriverenza, quello dei Pionieri sembra invece dominato dalla vecchiaia, dalla rigidità, dal rituale e dalla paura. I suoi dirigenti sono uomini anziani, il loro universo è immobile e il loro obiettivo non è cambiare il mondo ma preservare un determinato ordine.
Anderson costruisce così una serie di opposizioni: da una parte la vita, dall’altra la morte; da una parte la giovinezza, dall’altra la vecchiaia; da una parte l’amore, dall’altra il potere; da una parte gli ideali, dall’altra il cinismo.
Anche la sessualità assume un significato preciso. Perfidia e Lockjaw appartengono a due mondi che vorrebbero rimanere separati e che invece vengono fisicamente uniti proprio dall’attrazione sessuale. Da questa relazione nasce Willa, una ragazza meticcia, figlia di una donna nera e di un uomo bianco. La sua stessa esistenza rappresenta una smentita vivente dell’ideologia dei Pionieri del Natale: ciò che quella società vorrebbe tenere separato si è già unito.
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RispondiEliminaMa è soprattutto nel destino di Lockjaw che Anderson porta questa contraddizione fino all’estremo, con un’ironia che diventa feroce. L’uomo che ha cercato per tutta la vita di essere accolto all’interno di un’organizzazione fondata sulla purezza razziale viene infine distrutto proprio da quella stessa ideologia. Non gli viene perdonata la relazione con una donna nera, né la figlia nata da quella relazione.
E il modo in cui viene eliminato rende il paradosso ancora più inquietante. Lockjaw viene ucciso con il gas e il suo corpo viene poi bruciato in un forno crematorio. La scena richiama direttamente, nella forma e nella simbologia, la macchina dello sterminio nazista: il gas, il forno, la trasformazione dell’essere umano in un corpo da eliminare.
E qui Anderson sembra suggerire qualcosa di ancora più radicale: il problema non è soltanto l’ingiustizia della separazione ma la sua stessa impossibilità. La relazione fra Perfidia e Lockjaw, che l’ideologia dei Pionieri vorrebbe rendere inconcepibile, ha prodotto Willa. La vita ha già fatto ciò che l’ideologia voleva impedire.
Ma il vero centro politico del film è il rapporto con gli immigrati.
I French 75 entrano nella storia attraverso la liberazione di persone rinchiuse nei centri di detenzione. E anche molti anni dopo, quando Bob è ormai lontano dalla militanza, il tema ritorna attraverso Sergio St. Carlos, che protegge gli immigrati e offre a Bob una via di fuga.
Fra le tante ingiustizie sulle quali avrebbe potuto scagliarsi, Anderson sceglie proprio quelle perpetrate contro gli immigrati, e lo fa puntando alla falsificazione della teoria della sostituzione etnica, sempre più presente nei timori delle persone comuni.
Il modo in cui una società tratta chi arriva da fuori è, in effetti, un termometro del suo rapporto con l’idea stessa di uguaglianza. È difficile parlare di democrazia liberale quando una parte degli esseri umani viene considerata meno degna di altre persone soltanto perché è straniera, perché non possiede i documenti giusti o perché appartiene a un’altra cultura.
Da questo punto di vista, il film sembra suggerire che i popoli non siano entità immobili destinate a sostituirsi l’una all’altra. Si incontrano, si mescolano, si trasformano. Willa ne è la rappresentazione plastica: la presunta «sostituzione» diventa invece una fusione. Ciò che l’ideologia dei Pionieri cerca di tenere fuori dalla porta rientra dalla finestra, incarnato nella figlia stessa di uno dei suoi membri.
Ed è qui che il film diventa più interessante della semplice contrapposizione fra una sinistra rivoluzionaria e una destra suprematista. Anderson mostra anche tutti i fallimenti dei rivoluzionari. Perfidia abbandona la figlia, tradisce i compagni e fugge. Bob è ormai un uomo smarrito, incapace perfino di ricordare le vecchie parole d’ordine del gruppo. Nessuno dei due può essere trasformato in un eroe senza ombre.
Eppure, alla fine, è proprio a loro che Anderson affida una sorta di eredità.
Per gran parte del film Bob è un uomo trafelato. Corre, fugge dalla polizia, cerca disperatamente la figlia, cerca di salvarla da Lockjaw. È spesso sporco, spettinato, impaurito e quasi sempre vestito con quella improbabile vestaglia da camera che lo rende anche grottesco.
Poi, quando il pericolo è passato, Anderson cambia radicalmente registro.
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RispondiEliminaLa macchina da presa si ferma. Bob è finalmente rilassato, pulito, pettinato. E parla con Willa.
È come se, dopo un film costruito sul movimento incessante, sulle fughe, sugli inseguimenti e sulle esplosioni, Anderson chiedesse allo spettatore di fermarsi ad ascoltare e a riflettere.
Bob racconta alla figlia che cosa avevano cercato di fare lui e sua madre. Poi le consegna la lettera di Perfidia. La madre, pur riconoscendo implicitamente il fallimento delle proprie scelte, lascia alla figlia il desiderio di riuscire dove loro non sono riusciti: contribuire a cambiare il mondo. La lettera diventa così una sorta di voce fuori campo che dà un significato retrospettivo all’intera vicenda.
E Willa raccoglie quel testimone. Non ripete semplicemente la storia dei genitori: sceglie autonomamente di andare a una manifestazione.
È forse questo il significato più profondo del titolo: una battaglia finisce, un’altra comincia. Una generazione fallisce ma può lasciare alla successiva non le proprie certezze, bensì la responsabilità di provare ancora.
In questo senso mi sembra interessante accostare Una battaglia dopol’altra a L’Odissea di Christopher Nolan. Sono film molto diversi, ma entrambi sembrano interrogarsi, attraverso il mito e il cinema spettacolare, su alcuni principi fondamentali della convivenza civile: l’accoglienza dello straniero, il rapporto con chi è diverso da noi, il rispetto dell’altro e la responsabilità verso le generazioni future.
Non so se si possa parlare davvero di una corrente di pensiero hollywoodiana. Ma è difficile non notare come, in due film di grande produzione e destinati a un pubblico vastissimo, questioni che appartengono al cuore della democrazia liberale vengano poste al centro del racconto.
Anderson, però, lo fa a modo suo: attraverso un film potentissimo, caotico, ironico e violento, nel quale l’azione non è mai soltanto spettacolo. Sotto le fughe, le sparatorie e gli inseguimenti c’è una domanda politica molto semplice: che mondo vogliamo lasciare a chi viene dopo di noi?
E la risposta non arriva dalle armi dei rivoluzionari né dai rituali dei suprematisti.
Arriva da Willa, che alla fine prende la macchina e va verso una manifestazione.
La battaglia, per lei, è appena cominciata.
Barometro personale: 🌈🌈🌈🌈