9 febbraio 2026

FILM al cinema - "Marty Supreme" di Josh Safdie

(contiene spoiler)

Marty Supreme segna l’esordio da solista del regista americano Josh Safdie, dopo la separazione artistica dal fratello Benny, con cui aveva firmato tutti i lavori precedenti. I due Safdie arrivano al pubblico con opere individuali quasi in simultanea: solo pochi mesi prima Benny aveva presentato nelle sale il suo The Smashing Machine. Curiosamente entrambi i film si fondano su parabole sportive ma al momento è Josh a raccogliere i maggiori consensi della critica, come dimostrano le numerose candidature agli Oscar e ai BAFTA. 

La pellicola è liberamente ispirata alla carriera del giocatore di ping pong Marty Reisman (ribattezzato Marty Mauser nel film) ma si discosta nettamente dai canoni classici del cinema sportivo hollywoodiano, solitamente costruito attorno al mito dello sfavorito che, contro ogni previsione, raggiunge un trionfo finale. Qui non c’è eroismo edificante né catarsi rassicurante. La storia è ambientata nella New York del dopoguerra, negli anni Cinquanta, e segue Marty, un venditore di scarpe che sogna di diventare campione di ping pong in una società che guarda al suo sport con totale indifferenza. 

Marty è un ragazzo esile e minuto, con il volto segnato dalle cicatrici di una grave acne giovanile ma dotato di un carisma magnetico e di un fascino ambiguo. Incarnazione estrema dell’individualismo capitalistico americano, è animato da un’ambizione feroce: scalare i gradini sociali fino a diventare un’icona. Per riuscirci è disposto a tutto: rubare, truffare, tradire chiunque gli stia accanto...e il film riesce nell’impresa, tutt’altro che semplice, di renderlo comunque irresistibilmente simpatico. Fin dalle prime sequenze lo spettatore è portato a empatizzare, se non apertamente a tifare, per questo giovane proveniente dai bassifondi di New York, che tenta disperatamente di farsi strada in una società che non sembra avere alcun posto per lui. 

Il ritmo è frenetico, quasi soffocante, e rende sorprendentemente godibili le due ore e mezza di durata. Tuttavia, più il film avanza, più Marty sprofonda in sotterfugi criminali e compromessi umilianti, arrivando a soddisfare anche capricci di ricchi industriali pur di avvicinarsi al proprio sogno. Marty è, in definitiva, un eroe patetico: un protagonista profondamente negativo che affascina nonostante perda...e perde continuamente. È uno sfavorito nella vita e la sua parabola, che potrebbe trasformarsi in una classica storia di riscatto, si chiude invece nel modo più amaro. Marty resta un perdente. Nonostante ogni sforzo per smuovere l’immobilismo sociale americano, fallisce in quello che è forse il finale più patetico e coerente possibile: vince una semplice amichevole e non parteciperà ai campionati del mondo.

Il film mette in scena con grande lucidità una società occidentale profondamente individualista. Ogni personaggio sfrutta e viene sfruttato in un circolo vizioso che conduce tutti alla sconfitta. Se per i ricchi questo significa restare intrappolati in matrimoni infelici, subire tradimenti o ricevere recensioni negative per la propria commedia a Broadway; per i ceti più bassi, invece, è una vera e propria condanna. Marty non raggiunge la ricchezza, accumula debiti, resta senza un posto dove dormire e viene persino sculacciato pubblicamente con una racchetta da ping pong, umiliato di fronte alle risa compiaciute di alto-borghesi newyorkesi. Rachel, amica d’infanzia sposata con un altro ma che intrattiene con Marty una relazione extraconiugale, dopo aver manipolato lo stesso protagonista per tenerlo legato a sé, finisce ferita da un colpo di pistola mentre è incinta, venendo ricoverata in ospedale. L’unico personaggio che sembra sottrarsi a questa logica è Bela Kletzki, amico di Marty e giocatore di ping pong ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti. Durante la prigionia si cosparse il corpo di miele per nutrire i compagni di camerata, gesto che incarna un senso di comunità completamente assente in Marty. Quest’ultimo, a sua volta ebreo, arriva invece a rilasciare dichiarazioni scioccanti alla stampa (affermando che, sconfiggendo Bela, completerà il lavoro che Auschwitz non aveva finito) e accetta di compiacere personaggi apertamente antisemiti pur di avvicinarsi al proprio obiettivo. 

La scena è costantemente dominata da Timothée Chalamet, interprete di Marty Mauser, presente in ogni istante delle due ore e mezza e autore di una prova attoriale notevole. Il suo ruolo di Marty non dura solo nelle due ore del film ma la lunga campagna promozionale curata da A24, fatta di apparizioni televisive e video virali, ha spesso reso difficile distinguere dove finisse la persona e iniziasse il personaggio, sottolineando il lavoro meticoloso e totalizzante dell’attore. In conclusione Marty Supreme è un film riuscito che, nonostante la durata, mantiene sempre alto il ritmo e l’attenzione dello spettatore. Ma soprattutto è uno specchio impietoso di una società individualista, ossessionata dal profitto e dalla competizione, pronta a sacrificare ogni forma di solidarietà, sentimentalismo e senso di comunità.

Giulio Monti


2 commenti:

  1. Marco Aurelio Lorusso14/2/26

    Bella recensione Giulio. Abbiamo condiviso la visione e le prime impressioni. Secondo me è un film ben riuscito, con un bel ritmo. Non ho mai empatizzato con Chalamet, tranne che nella scena finale. Personaggio strafottente e arrogante, probabilmente l’intento era proprio quello. Nonostante ciò, la sua interpretazione e lo studio dietro al personaggio sono notevoli. Penso che potrebbe facilmente vincere l’Oscar come miglior attore.

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  2. Ciao, il film non l'ho visto e, da come viene descritto, non credo sia particolarmente nelle mie corde...ho comunque apprezzato molto la recensione.

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