Una favola sul diventare adulti
Il film si presenta come una favola e, proprio attraverso questo linguaggio, riesce ad affrontare temi profondi e universali. Al centro del racconto c’è il passaggio dall’infanzia alla vita adulta, un momento delicato e decisivo dell’esperienza umana.
La scoperta della sessualità diventa il punto di svolta che segna questo cambiamento: è attraverso questa esperienza che avviene il salto verso la maturità. In questo senso, il personaggio di Olimpia assume un ruolo simbolico, incarnando il passaggio, l’iniziazione e la trasformazione.
Ma l’ingresso nella vita adulta non porta con sé solo scoperta e crescita: implica anche la presa di coscienza della morte, del limite e del termine dell’esistenza. Il film si muove così tra due poli fondamentali, l’inizio e la fine, che da sempre interrogano l’esperienza umana.
Non è casuale che sia una figura femminile a guidare questo percorso: la donna viene rappresentata come principio generatore, origine della vita, ma anche come simbolo della sua conclusione. Un’ambivalenza profonda, in cui inizio e fine risultano indissolubilmente legati.
Il tutto si svolge in una casa isolata, uno spazio sospeso che diventa simbolicamente un confine tra la vita, l’amore / il sentimento e la morte come naturale conclusione dell’esistenza. È anche un limite tra due dimensioni opposte: da un lato un mondo maschile incapace di cogliere fino in fondo il senso della vita, dall’altro un universo femminile che custodisce i segreti dell’esistenza e ne intuisce profondamente il significato.
Esemplificativa in questo senso è la scena in cui i quattro figli si recano sul bordo della strada dove alcune dame, scese dalla carrozza diretta alla villa Pepoli, hanno urinato: un momento tipicamente “avatiano” che mette in luce l’inadeguatezza maschile, esclusa da un’esperienza femminile percepita come misteriosa, di cui l’uomo può solo osservare le tracce con curiosità e smarrimento.
Questo senso di confine è ulteriormente rafforzato dall’ambientazione nel Delta del Po, luogo emblematico dove terra e mare si incontrano e si confondono. Un paesaggio liminale che riflette e amplifica i temi del film, diventando esso stesso metafora della vita: un continuo fluire tra opposti, tra inizio e fine.
Il confine evocato anche dal titolo, tra le stelle e il fosso, diventa simbolo della distanza - e al tempo stesso del legame - tra la mente e la materia, tra l’immaginazione e la realtà, tra i sogni della fanciullezza e la concretezza dell’età adulta.
Pupi Avati dimostra la sua grande capacità nel trovare luoghi che raccontano l’anima profonda della sua terra: questa casa isolata nel Delta del Po, più che un semplice spazio fisico, diventa la rappresentazione di una sensibilità.
Nonostante l’indubbia maestria del regista nel trattare temi complessi attraverso un linguaggio universale fatto di miti e immagini, alcune sequenze, volte a rappresentare lo stato di fanciullezza dei figli, tra urla, rincorse e scontri fisici, risultano eccessivamente ripetitive e finiscono per rallentare il ritmo della narrazione.
La fotografia, forte di scenari naturali di grande suggestione, conferisce al film un fascino particolare; tuttavia, in alcuni momenti, l’uso dello sfocato appare appare leggermente fuori luogo, trasmettendo quasi un effetto artificioso, simile a quello di un’immagine patinata.
Ancora una volta Pupi Avati affascina per la sua originalità e per la capacità di affrontare temi legati alla condizione umana, anche se, in questo caso, alcune scelte ne limitano l’efficacia rendendo il film non sempre convincente.
Daniele Ciavatti
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