Coproduzione internazionale (Palestina, Regno Unito, Francia, Stati Uniti d'America, Danimarca e Norvegia), il quarto lungometraggio della regista palestinese Anne-Marie Jasir (anche sceneggiatrice assieme a Selma Dabbagh), racconta un evento storico reale seguendo le storie di diversi personaggi. Ispirato in tal senso a tanto altro cinema euro-americano, il film vorrebbe descrivere la rivolta palestinese del 1936 con una modalità che intreccia il registro epico ai toni lirici.
Si capisce che il budget non manca (anche dalla presenza di una star come Jeremy Irons in un ruolo secondario) e alcuni momenti sono efficaci ma l'opera non sembra approdare a una chiara idea di cinema e sconta alcuni difetti di sceneggiatura che ne rendono un po' faticosa la fruizione in certi passaggi. Le diverse vicende di cui si compone l'affresco appaiono inizialmente narrate in modo affastellato e non pienamente raccordate tra di loro, aspetto che tende a disorientare lo spettatore. La caratterizzazione dei personaggi è diseguale: abbastanza incisiva in alcuni casi (la giornalista e il prete palestinesi), incline alla tipizzazione mutuata dal cinema di genere in altri (i personaggi inglesi di spicco), meno connotativa in altri ancora (il rivoluzionario palestinese). Anche la messinscena alterna momenti più efficaci (con una tensione drammatica che ricorda i western italiani ambientati in Messico, come Giù la testa! di Leone) ad altri in cui prevalgono espedienti di sottolineatura retorica affidati spesso allo slow-motion, che risulta utilizzato eccessivamente.
Il film ha comunque il merito di riuscire a far osservare allo spettatore un evento storico a molti sconosciuto dalla prospettiva di un popolo non così frequentemente protagonista sul grande schermo. E, nonostante i suoi difetti, riesce nel complesso a coinvolgere e, a tratti, anche a commuovere.
Pier
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