10 agosto 2026

FILM al cinema sotto le stelle - "Sirat" di Oliver Laxe

(contiene spoiler)

Quarto lungometraggio del regista franco-spagnolo Oliver Laxe (converitosi al sufismo islamico), Sirat (termine tratto da un passo del Corano citato in apertura) è un'esperienza audiovisiva intensa e sorprendente. Ambientato in Marocco (paese dove l'autore ha vissuto per tre anni), il film segue la vicenda di uno spagnolo di mezza età che, assieme al figlio di circa dieci anni ed al loro cagnolino, approda in un rave nel deserto alla ricerca la figlia maggiore scomparsa; al sopraggiungere dell'esercito, che fa sgomberare il campo per motivi di sicurezza (si scoprirà più avanti per accenni che è scoppiata la Terza Guerra Mondiale), si unisce ad un gruppo di cinque adepti dei rave-party che forza il blocco e si inoltra nel deserto in direzione sud per approdare ad un altro evento analogo. Inizia così un viaggio che metterà alla prova il gruppo in modo destabilizzante anche per lo spettatore.

I protagonisti sono sette europei che rappresentano due modalità esistenziali differenti: Luis con il figlio Esteban sembrano provenire da un mondo borghese ordinario, vengono condotti ad uscire dai binari della loro esistenza e ad affrontare la prova dell'ignoto dalla sofferenza causata dalla scomparsa dell'altra componente della famiglia, divenendo quindi dei "diversi" per una sorta di costrizione; gli altri cinque, tre uomini (Tonin, Josh, Bigui) e due donne (Jade e Stef) anche loro con un cane al seguito, sono invece dei "diversi" per scelta, a metà strada tra punk e fricchettoni (alcuni contrassegnati anche da particolarità fisiche come la mancanza di una mano o di una gamba), che sperimentano una vita alternativa costituendo una sorta di piccola comunità in cerca dell'avventura data dalla vita nomade nonché dell'esperienza estatica attraverso la droga e la ritualità neotribale della danza sui ritmi della rave-music.

Attraverso una messinscena immersiva, il film avvolge in una fruizione cadenzata dalla ripetitività della musica elettronica e da una regia al tempo stesso sobria e suggestiva, che alterna l'insistenza su primi piani e dettagli alle riprese panoramiche di scenari naturali potentemente evocativi. Lo spettatore, privo di altri riferimenti umani per la quasi totalità della durata dell'opera, è indotto a proiettare la sua identificazione sul gruppo sopra descritto, che viene utilizzato come funzione narrativa rappresentante il suo io (non a caso la caratterizzazione delle figure che ne fanno parte non assume mai una dimensione psicologica approfondita). In tal modo il viaggio rappresentato si rivela destrutturante anche per lui, oltre che per i personaggi sullo schermo: l'effetto provocato da questo tipo di racconto in chi guarda, proprio in quanto fruitore dell'opera (e, ovviamente, solo per la durata di questa), è quello della perdita simbolica di una parte di sé alla scomparsa di ognuno dei protagonisti che man mano muoiono e dell'assunzione - altrettanto simbolica - su di sé del trauma dei sopravvissuti. 

Il percorso del film può essere quindi interpretato facendo riferimento alla dimensione sapienziale riscontrabile in diverse tradizioni, che prevede la consapevolezza della sofferenza insita nella vita fenomenica e della transitorietà di ogni manifestazione da essa proveniente, così come la messa in discussione dell'io psicologico in direzione di un'apertura a ciò che lo trascende (in tal senso si parla di "morte dell'io" o di "morire in vita" con riferimento al distacco).

Il viaggio al di fuori delle certezze può quindi assumere una valenza simbolico-allusiva ma mai esplicitamente metaforica. In tal senso il film, memore del cinema di Jodorowski, si situa in un ambito sperimentale ricollegabile a certe avanguardie artistiche del XX secolo, alla ricerca di un'estetica che possa far sperimentare allo spettatore uno stato di coscienza extra-ordinario ma che non prevede necessariamente dallo stesso uno sforzo esegetico volto alla decifrazione di tutti i (presunti o reali) riferimenti sottesi ad ogni scena. 

Pier


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