Il privilegio di raccontare il dolore altrui
(contiene spoiler)
Il film ci mette a contatto con la realtà dura di chi è costretto a lavori pesanti e a ritmi infernali per poter vivere e provvedere ai propri cari, ponendoci di fronte a una realtà scomoda, caratterizzata dall’odio e dal livore nutriti da chi non ha nulla nei confronti di chi ha tutto. Questa condizione è incarnata magistralmente da Christèle, la ragazza con tre figli che la protagonista incontra in questo sottomondo. È attraverso questa sofferenza, attraverso la richiesta disperata ma legittima di maggiore giustizia, che il racconto progredisce e si approfondisce, mostrando come il rancore sociale non nasca da un sentimento individuale ma da una condizione strutturale di sfruttamento e abbandono. Il compito della democrazia dovrebbe essere proprio quello di impedire che queste sacrosante aspettative degenerino in rabbia distruttiva, incanalandole invece in un processo costruttivo capace di restituire dignità e giustizia sociale.
Un ruolo fondamentale in questa rappresentazione è affidato proprio a Hélène Lambert, l’attrice che interpreta Christèle, capace di dare voce e corpo a quel sentimento di rabbia e frustrazione che pervade tutto il film. Il suo sguardo duro, i suoi scatti improvvisi e la sua presenza scenica restituiscono perfettamente il peso di una vita segnata dalla precarietà e dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza. Probabilmente questa intensità è resa ancora più autentica dal fatto che la stessa attrice, non professionista, ha conosciuto in prima persona la realtà dei lavori precari, riuscendo così a trasformare l’esperienza vissuta in una forma di verità cinematografica. Christèle non appare mai come un semplice personaggio, ma come l’incarnazione concreta di una rabbia sociale che il film sceglie di non addolcire.
Illuminante, a tale proposito, è la scena iniziale nell’ufficio di collocamento, in cui si vede Christèle chiedere con insistenza all’impiegata di occuparsi della sua pratica, sottolineando che solo dal buon esito della stessa riuscirà a dar da mangiare ai propri figli. Il regista contrappone al comportamento civile e composto della protagonista il modo di fare arrogante e volutamente disturbante della giovane, ma il film si incarica poi di mostrarci il motivo di quell’atteggiamento: la difficoltà di vivere una vita fatta quasi esclusivamente di lavoro, che non lascia spazio a nulla e certamente non all’amore, assente ormai da tempi remotissimi.
A rendere ancora più efficace questa rappresentazione contribuisce lo stile registico di Emmanuel Carrère, sobrio e privo di ogni compiacimento estetico. Il regista evita ogni retorica e sceglie invece di mostrare la fatica nella sua dimensione più concreta e fisica, soprattutto nelle sequenze frenetiche delle pulizie sui traghetti, dove i ritmi serrati, i gesti ripetitivi e l’assenza di pause trasmettono allo spettatore un senso di soffocamento e di stanchezza quasi tangibile. In queste scene, il volto progressivamente stravolto di Juliette Binoche, che interpreta Marianne, diventa il tramite attraverso cui anche lo spettatore percepisce il peso di quel lavoro estenuante. Non si assiste semplicemente alla fatica: la si avverte quasi fisicamente.
In questo contesto si inserisce, sotto mentite spoglie, un elemento estraneo: la scrittrice Marianne, che per descrivere questa realtà si finge una di queste donne. Tuttavia, ciò che apprende e da cui nasce il suo libro è solo la superficie; non arriva mai al nocciolo del sentimento di odio e di rivalsa provato da queste persone. Anche la solidarietà umana che nasce tra le colleghe parte da presupposti di antagonismo: è una solidarietà di trincea, che nasce dal condividere la stessa condizione di contrapposizione verso un nemico comune e dalla consapevolezza che la persona accanto è l’unica da cui ci si possa aspettare aiuto. Questo vincolo è sacro e calpestarlo con la menzogna, come fa la scrittrice, rappresenta un tradimento imperdonabile.
Il film di Emmanuel Carrère sembra quasi assumere i connotati di un trattato marxista: vi sono le masse che hanno preso coscienza della propria condizione, incarnate da Christèle; vi è il conflitto sociale come motore del cambiamento; e vi è una borghesia colta e apparentemente illuminata, rappresentata da Marianne. La sua partecipazione resta inevitabilmente esterna e, dietro la curiosità intellettuale, si avverte anche una sottile inquietudine: la paura di perdere le proprie posizioni di vantaggio di fronte alla determinazione di chi non le accetta più. In questo senso il film sembra mettere in scena una concreta applicazione del materialismo storico: la storia non avanza attraverso la buona volontà individuale ma attraverso il conflitto tra condizioni materiali inconciliabili. Marianne intuisce, forse, che la trasformazione sociale non è indolore e che chi ha costruito il proprio benessere su certe asimmetrie potrebbe non uscirne intatto.
L’ipocrisia della protagonista viene rimarcata continuamente dai suoi frequenti sfoghi di pianto: è l’unica delle tre a farlo, e ciò nasce dalla consapevolezza che la sua situazione è soltanto momentanea. Marianne piange perché dispone del lusso di poter soffrire per gli altri mentre le altre non lo fanno perché non possono permetterselo: la loro durezza è la loro unica armatura. Risulta esplicativa, in tal senso, la scena nella cabina di prima classe, quando dice alle colleghe, tra le lacrime, che la loro amicizia dovrà continuare, pur sapendo bene che a breve lei sarebbe uscita da quel mondo.
Non manca neppure una riflessione autocritica. Marianne non è soltanto la protagonista del film ma diventa l’alter ego del regista, e forse anche quello di chiunque scelga di raccontare il dolore altrui per mestiere. Il film diventa così anche un potente j’accuse nei confronti di chi trasforma quella sofferenza in racconto, in successo editoriale e in prestigio culturale. Marianne, pur appartenendo a un altro mondo, finisce per compiere una forma simile di appropriazione: osserva, racconta, pubblica e si compiace, ma senza assumersi davvero il peso morale di ciò che ha visto.
Di questa incapacità il regista ci offre quasi una versione grottesca durante l’incontro in libreria, in cui la scrittrice accoglie le sue ex colleghe e si compiace dei complimenti, fino all’affermazione quasi ridicola della speranza che, leggendo il libro, le persone che utilizzano il traghetto si comportino con più rispetto, come se quello fosse il problema e non la struttura stessa del sistema economico.
Nonostante la scoperta della menzogna, Christèle decide di darle un’ultima possibilità per dimostrare la sincerità dei suoi sentimenti, proponendole di fare insieme un’ultima pulizia di un traghetto, in nome della loro amicizia e senza secondi fini; il rifiuto della scrittrice dimostra definitivamente la sua incapacità di comprendere un mondo che resta agli antipodi dal suo.
In definitiva, Carrère non ci racconta soltanto una menzogna individuale, ma mette in scena l’impossibilità, per chi osserva dall’esterno, di comprendere davvero una condizione che può soltanto attraversare ma mai abitare.
Barometro del gruppo di confronto sul cinema: 🌈🌈🌈🌈
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Ciao Daniele, leggendo la tua recensione ho provato una sensazione conosciuta, quella di apprezzare ciò che è stato scritto, trovarlo anche molto interessante come punto di vista, avere la tentazione di aderirvi intellettualmente ma poi, alla fine, non condividerlo fino in fondo. In che senso? La tua analisi del film a mio avviso è rigorosa e condivisibile ma, dal punto di vista esistenziale, non credo che la prospettiva "materialista" possa offrire un orizzonte di senso di vasto respiro. Quelli che tu citi possono essere utili strumenti interpretativi ma non la verità ultima. La mia speranza è invece affidata alla dimensione filosofico-spirituale, che ci mostra nella sua storia anche esempi di conciliazione tra mondi differenti.
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