Nel 1983, anno di uscita di Amore tossico, opera prima di Claudio Caligari, non avrei mai potuto comprendere fino in fondo un film così insolito e desolante, né cogliere la portata innovativa, per certi versi rivoluzionaria, del suo autore.
Ci sono arrivata soltanto dopo aver visto il documentario dedicato alla sua vita e alla sua opera, uscito nel 2019 a distanza di quattro anni da Non essere cattivo (2015), terzo e ultimo mirabile film del regista, che in qualche modo si ricongiunge idealmente alla sua opera d'esordio.
Tra questi due titoli si colloca L'odore della notte (1998), un film altrettanto coraggioso, aspro e dirompente.
Il documentario rende omaggio a un regista d'eccezione nel panorama cinematografico italiano, la cui straordinaria capacità espressiva si è tradotta in racconti crudi, storie violente, esistenze marginali e vite alla deriva.
Uomo schivo e curioso, appassionato di cinema e di politica, Caligari possedeva uno sguardo penetrante e una capacità narrativa incisiva. Le sue immagini sono spietate, il linguaggio crudo, duro ma al tempo stesso onesto, sincero, leale. Non c'è compiacimento nella rappresentazione del degrado, né indulgenza verso i suoi protagonisti: c'è, piuttosto, la volontà di guardare la realtà senza filtri e senza ipocrisie.
Il suo interesse per i margini delle nostre città - con Ostia che assurge a paradigma delle periferie italiane - non si traduce mai in una visione astratta o impersonale. Al contrario, Caligari non perde di vista nessuno dei suoi giovani protagonisti: ne racconta la fragilità, le contraddizioni, la rabbia e la disperata ricerca di un posto nel mondo.
Con lo sguardo rivolto a Pier Paolo Pasolini, ripercorre le vicende di ragazzi cresciuti sulla strada, travolti da quell'ondata di droga che, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, investì intere generazioni. Per comprendere Amore Tossico merita una visione anche il documentario Operazione Bluemoon, resoconto storico di quella stagione drammatica.
Abbandonati a se stessi, privi di obiettivi e di desideri capaci di orientarli verso il futuro, questi ragazzi finiscono per essere imprigionati dalla dipendenza: una morsa che li avvolge, li governa, li consuma e, troppo spesso, li conduce alla morte.
Eppure, Claudio Caligari ha saputo restituire dignità e pietà alle loro esistenze, consegnandoci uno spaccato di realtà difficile da raccontare e ancora più difficile da guardare. Lo ha fatto senza mai scivolare nella banalità, senza giudicare, senza cercare facili assoluzioni.
È forse questa la grandezza del suo cinema: aver voluto e saputo raccontare un pezzo di Italia sulla quale molti produttori non hanno voluto scommettere restituendo alla loro irriducibile umanità i suoi dimenticati protagonisti.
AleLisa
Nessun commento:
Posta un commento