25 gennaio 2026

FILM al cinema - "No Other Choice - Non c'è altra scelta" ("Eojjeol suga eopda", lett. "Non posso farci niente") di Park Chan-wook

(contiene spoiler)

Non ci sono dubbi che il cinema coreano, così come le serie televisive, sia in un momento di grande apprezzamento in Europa, specialmente in Italia. Dal fenomeno Squid Game a film premiati come Parasite si ha l’impressione che si stia vivendo un’età dell’oro delle produzioni coreane e l’apprezzamento su larga scala nel nostro continente ne è una dimostrazione.
No Other Choice, nei cinema italiani dal 1° gennaio 2026, è un augurio di buon anno che il regista Park Chan-Wook (conosciuto, tra gli altri, per il film Old Boy del 2003) vuole fare al cinema asiatico, europeo e probabilmente mondiale. Tratta dal romanzo The Ax (1997) di Donald E. Westlake (già adattato per il cinema da Costa-Gravas nel 2005 con Cacciatore di Teste), l'opera è una brillante commedia grottesca, che sa essere anche thriller e film drammatico, mescolando i vari ingredienti in maniera molto convincente attraverso inquadrature pittoresche, un ritmo ben studiato e un montaggio sia visivo che sonoro a tratti commovente per la sua forza scenica.
La trama strizza l’occhio al filone (che vede nella serie Breaking Bad forse la sua massima espressione) incentrato sul padre di famiglia in crisi economica che è "costretto" a trovare vie non proprio rette e corrette per evitare di finire sul lastrico. Man-soo (interpretato dalla star di Squid Game Lee Byung-hun), dopo 25 anni di onorato servizio presso l’azienda cartaria Solar Paper, viene licenziato quando una ditta americana acquisisce l’azienda e ridimensiona il personale. Man-soo, voglioso di riprendere il posto presso la Solar Paper, pubblica un falso annuncio di lavoro per raccogliere i curricula dei suoi potenziali concorrenti nel settore ed ucciderli prima che possano prendere il suo posto. "Non c’è altra scelta". Il dramma di Man-soo e della situazione in cui si va a infilare viene magistralmente narrato da Park Chan-Wook, e le vicissitudini del protagonista prendono le sembianze di un’epopea che strappa più di un sorriso allo spettatore: ogni azione, anche la più banale o scontata, finisce per ramificarsi ancora di più dando spazio a esiti sempre imprevedibili. No Other Choice per tutti i 139 minuti di durata tiene lo spettatore davanti allo schermo proprio per la sua capacità di ristrutturare costantemente il filone narrativo.
Il film parla anche di identità: l’identità che un uomo cerca di ricostruire dopo 25 anni. Man-soo indossa maschere a casa, con i suoi bersagli prescelti e con gli agenti di polizia. Le cambia costantemente, mosso dall’obiettivo primario che si è imposto, e lo spettatore assiste alle varie situazioni sapendo tutto e facendo fatica quindi a mantenere quell’empatia che si poteva provare all’inizio della pellicola. Simbolicamente si potrebbe dire che la sua voglia di tornare a lavorare in quello stesso settore e in quella stessa azienda, sia un po’ come riscrivere da zero la sua vita su un foglio di carta bianco, come una tabula rasa. La costruzione dell’identità del protagonista si può notare anche dai dialoghi e da come Man-soo pianifica le sue mosse successive: lo vediamo, infatti, spesso ripetere frasi che ha sentito precedentemente in altre conversazioni e attuare piani dopo averli rievocati qualche attimo prima. Come se stesse scrivendo lui stesso il suo copione, come se stesse appunto sceneggiando la sua storia e la sua immagine attraverso un collage - di immagini e scambi conversazionali - variopinto e a tratti bizzarro. 
Alla fine Man-soo otterrà ciò che vuole... ma a quale prezzo? Il lavoro che ritroverà è dominato dalle macchine e dall’intelligenza artificiale, lasciando più di un dubbio sulla sua soddisfazione e sul suo futuro in azienda. Il film, ambientato nella stagione autunnale, ci dà questa idea di caducità e rinnovamento, in un ciclo continuo come le stagioni. È un po’ una metafora della vita, con alti e bassi molto spesso imprevedibili. 
No Other Choice è così: sbatte in faccia un dramma sociale, lo rende ancora più angoscioso ma sa addolcire l’amara pillola con un’ironia, un sarcasmo e una leggerezza orchestrate magistralmente. Mescola alla perfezione l’anima del cinema asiatico col ritmo del cinema occidentale: inquadrature simboliche, piani sequenza ben realizzati, colori autunnali che fanno da sfondo a una storia che rappresenta un piccolo gioiello inaspettato. E' un film che può riservare belle sorprese allo spettatore, un film che sa intrattenere, coccolare, far ridere e stimolare allo stesso tempo un’analisi profonda. Se l’inizio del 2026 è così, non può che essere di buon auspicio per il nuovo anno cinematografico.

Marco Aurelio Lorusso

1 commento:

  1. Ciao Marco, non ho visto il film (che sinceramente non mi interessa in modo particolare) ma ho apprezzato comunque la tua recensione

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