31 gennaio 2026

FILM a cinema - "La grazia" di Paolo Sorrentino

 Quando il cinema incontra la psicologia


ES, IO E SUPER-IO: LE TRE ISTANZE PSICHICHE DI FREUD NE

‘LA GRAZIA’ di PAOLO SORRENTINO

(contiene spoiler)

Paolo Sorrentino, a distanza di un anno da Parthenope, torna sul grande schermo con La grazia, film che ci presenta la figura del Presidente della Repubblica Italiana Mariano De Santis (interpretato da Tony Servillo, alla sua settima collaborazione con Sorrentino e sempre più attore feticcio del regista napoletano). De Santis è a sei mesi dalla fine del suo mandato e si trova davanti a decisioni molto importanti da dover prendere: deve decidere se approvare o meno la legge sull’eutanasia e se concedere o meno la grazia a due detenuti che, per ragioni diverse, si sono macchiati di un delitto domestico. Il film si scopre, fin da subito, essere un racconto che scava nella psiche più profonda del protagonista, tra richiami al cinema onirico di Lynch (il paralume rosso che si vede in alcune scene con la figlia rimanda a uno dei simboli cardine di Mulholland Drive), inquadrature e riprese suggestive nonché collaborazioni inaspettate, come quella con il famoso rapper Guè Pequeno, nominato più volte nel film e presente sia con le sue canzoni che fisicamente in un cameo che resterà nella storia.

Mariano De Santis è accompagnato, in questo viaggio profondo e affascinante, da una serie di personaggi che interagiscono con lui in più riprese e che hanno il compito narrativo di far uscire fuori diversi lati della personalità del protagonista. Tra questi, ce ne sono due che risaltano in maniera più forte per la loro vicinanza fisica ed emotiva con Mariano: la figlia Dorotea - giurista come il padre nonché sua collaboratrice fidata - e Coco Valori, critica d’arte e amica di Mariano fin dai tempi della scuola. Il legame tra Mariano De Santis e questi due personaggi fornisce una chiave di lettura filosofico-psicologica per cercare di decifrare la psiche tormentata del protagonista. In particolare si può azzardare un’analisi attraverso il lavoro di Sigmund Freud e il suo modello topico (conscio, preconscio e inconscio) e soprattutto il suo modello strutturale (Es, Io e Super-Io).


MARIANO DE SANTIS: L’IO

Il futuro ex Presidente della Repubblica, protagonista del film, viene interpretato in maniera convincente da Tony Servillo. L’etimologia del nome Mariano ci rimanda a un profondo legame con la figura di Maria; infatti, uno dei significati riconosciuti al nome è proprio ‘devoto a Maria’. Mariano è devoto alla sua Maria, la defunta moglie Aurora, il cui ricordo allieta, consola e allo stesso tempo tormenta il protagonista. Aurora è nominata nella prima battuta del film da Mariano e rappresenta il passato nostalgico da cui non ci si riesce a staccare. Il lutto per la morte della moglie è ancora lontano dall’essere elaborato perché il suo ricordo resta ancora forte e condiziona la vita di Mariano. Aurora ci viene presentata sempre con immagini del passato del protagonista, come una figura angelica, eterea, inserita in un contesto lontano nello spazio e nel tempo. La sua idealizzazione della moglie defunta viene magistralmente presentata da Sorrentino con immagini oniriche, come se stessimo assistendo in prima persona ai pensieri di Mariano. Aurora, però, porta con sé nella tomba un segreto: quarant’anni prima ha tradito Mariano e non ha mai voluto svelare chi fosse la persona con cui ha consumato il tradimento. Questo pensiero logora Mariano, rappresenta un trauma mai irrisolto e potenzialmente irrisolvibile dato che Aurora non c’è più. Tutto ciò rende l’elaborazione del lutto ancora più complessa.

Mariano rappresenta, nel modello di Freud, l’Io. La struttura che permette di organizzare e rendere accettabili gli aspetti dell’Es e che mitiga la spinta perfezionista del Super-Io. Si può definire come l’insieme delle difese che, se funzionano, permettono all’individuo di contenere la potenza dell’angoscia e tenere a bada gli impulsi che potrebbero nuocere a lui e alla società intera. Mariano è una persona che si trova davanti a decisioni importanti da dover prendere, che deve fare i conti con il suo passato non risolto e con un futuro ormai prossimo in cui non sarà più Presidente della Repubblica. Un uomo in una fase di transizione importante, che si avvicina alla musica giovanile e inizia a uscire fuori dagli schemi, psicologici e istituzionali, che lo hanno tenuto bloccato per molto tempo. Lo vediamo, infatti, andare apertamente e palesemente contro il protocollo in occasione della visita al detenuto in carcere. E sentiamo la sua inquietudine e il suo cambiamento. Magistrale, in tal senso, l’effetto sonoro di musica elettronica che si sente in determinati momenti e che rappresenta, molto probabilmente, il ‘tarlo’ che sta contribuendo al cambiamento e alla maturazione del protagonista. Perché si cresce, si matura e si impara in un processo che va ‘dalla culla alla tomba’ (come lo psicologo John Bowlby disse nella sua teoria dell’attaccamento) anche in età anziana, anche se si è Presidente della Repubblica.


COCO VALORI: L’ES

L’amica di sempre, dai tempi del liceo, di Mariano e Aurora. Critica d’arte con un carattere prorompente, Coco Valori (interpretata da Milvia Marigliano e il cui nome rimanda, nuovamente, al personaggio di Coco presentato da Lynch in Mulholland Drive) ci viene presentata per la prima volta durante una cena a casa di Mariano. O meglio, durante quella che lei definisce ‘un’ipotesi’ di cena dato il regime alimentare stretto a cui è sottoposto Mariano dalla figlia Dorotea. La scena si svolge in un ambiente decisamente impostato, nel giardino della residenza del Presidente: la presenza delle statue di marmo e il rigore del servizio della cena contribuiscono a creare una cornice molto rigida, che Coco spazza via con la sua irriverenza. In questa prima scena, infatti, Coco parla a ripetizione, non lasciando quasi spazio per gli interventi degli altri commensali, utilizza un linguaggio colorito e sembra essere una persona estremamente anticonvenzionale e sicura di sé. Nonostante la sua eccentricità, è palese fin da subito che Coco sia una persona di cui sia Mariano che Dorotea ascoltano con attenzione le argomentazioni e i consigli. Scopriamo, infatti, che lei è un personaggio molto vicino a Mariano, non solo perché lo conosce da una vita, ma perché custodisce il segreto del tradimento di Aurora, che giura di non rivelare mai per via di una promessa fatta all’amica.

Coco potrebbe essere associata all’Es del modello freudiano. È l’istanza psichica più primitiva, che opera secondo il principio di piacere, diretto alla soddisfazione immediata delle spinte pulsionali dell’individuo. Per questo motivo è amorale e disinteressato alle regole e alle convenzioni della società. Proprio come Coco. La spinta dell’Es deve essere mitigata dall’Io perché, se fosse lasciata agire in maniera incontrollata, sarebbe nociva e non permetterebbe di avere delle relazioni sociali funzionali. Coco sembra proprio la rappresentazione dei pensieri più remoti di Mariano. Quello che pensa ma, per ruolo e per impostazione personale, non può dire. I dialoghi in cui Mariano cerca di pressare Coco a rivelare il nome dell’amante della moglie prendono, in tal senso, la forma di un dialogo con la parte più intima dei nostri pensieri, quella in cui la rimozione di traumi profondi agisce per evitare di portarli alla luce compromettendo la nostra sanità mentale. Per Freud, questi traumi possono comparire camuffati simbolicamente nei sogni, alleggeriti della loro vera essenza per permetterci di assorbirli ed elaborarli senza avere lo shock del loro impatto emotivo. Non è un caso che sia proprio Coco a chiedere a Mariano: ‘Tu sogni?’. E alla sua risposta negativa aggiungere: ‘Ti piacerebbe?’. È proprio qui che cambia il film: Coco si apre a Mariano, si lascia prendere dall’emozione e crolla in un pianto a dirotto quando rivela che era lei stessa l’amante di Aurora. Mariano, apparentemente impassibile, perdona l’amica e ciò gli permette di iniziare a voltare pagina. Il pensiero del tradimento di Aurora rimane ma è arrivato il momento di andare avanti. Coco si rivede nel finale del film, di nuovo durante una cena a casa di Mariano. Solo loro due. Stavolta in un contesto molto informale, come due vecchi amici che hanno il piacere di passare tempo insieme. Percepiamo la volontà di Mariano di scavare ancora in quel passato doloroso, ma la risposta di Coco (‘Non mi rompere il cazzo’) chiude i giochi. Il trauma è venuto a galla, e con esso l’ammontare affettivo ad esso legato. Non c’è più ragione di scavare nel profondo. È ora di accettare e trasformare.


DOROTEA DE SANTIS: IL SUPER-IO

La figlia maggiore di Mariano. Anche lei, come il padre, una stimata giurista. L’etimologia del suo nome (‘dono di Dio’) rimanda a quella spiritualità che fa capolino nella psiche di Mariano, come se rappresentasse il dono che Dio ha dato a Mariano ed Aurora per incoronare il loro amore. Dorotea (interpretata da Anna Ferzetti) ci viene presentata da subito come un’instancabile lavoratrice, rigorosa, attenta ai dettagli. Sembra quasi essere la mente dietro al braccio del Presidente della Repubblica. Per lei, donna di legge, l’ordine, il rigore e le regole rappresentano la ragione di vita. La vediamo, infatti, quasi sempre davanti al pc o impegnata a lavorare pratiche fino a sera. Il suo stile, come il suo ruolo sembra imporre, è molto impostato. Il suo atteggiamento nei confronti del padre è una delle chiavi del film. Sembra, infatti, manifestarsi un rapporto padre-figlio al contrario. Sembra essere Dorotea a guidare il padre nell’ultimo semestre del suo mandato, dandogli consigli e mettendo a nudo alcuni lati del suo carattere, come ad esempio la certezza che il Presidente non prenderà la decisione per l’approvazione della legge sull’eutanasia. Non è un caso che una delle frasi più celebri che si sente dire nel film da Mariano sia: ‘C'è un tempo in cui i figli devono seguire i genitori. Ma c'è un tempo successivo in cui i genitori devono seguire i figli’.

Dorotea, per il modello di Freud, rappresenta il Super-Io. L’internalizzazione individuale dei principi, delle regole e delle convenzioni della società. Principi che vengono assimilati prima di tutto attraverso i genitori. Rappresenta, quindi, un sistema di ideali appresi la cui funzione principale è quella di inibire gli istinti dell’Es e convincere l’Io a perseguire la perfezione. Dorotea rappresenta, paradossalmente, una figura genitoriale per Mariano. La vediamo presentare schemi più o meno rigidi al padre, ad esempio quando impone un regime alimentare sano a Mariano modificando il menu della cena con Coco. L’impostazione di Dorotea si rompe quando viene infranto il protocollo presidenziale: Dorotea va a trovare in carcere la donna a cui il padre deve decidere se concedere la grazia. Il dialogo tra le due donne è carico di tensione emotiva, tanto che Dorotea esclama: ‘mi sono rotta’. La sua maschera, la sua corazza, è scalfita dall’emozione. È da questo evento che la ragazza prende la decisione di dedicare più tempo alla sua vita privata. La devozione per il padre e per il suo lavoro l’ha portata a sacrificare tanto. La vediamo, alla fine, fare le valigie e raggiungere il fratello Riccardo, in Canada. Si rende conto che Mariano non ha più bisogno dei rigidi schemi a cui era abituato. Ed esce di scena. Proprio come un genitore dovrebbe fare quando il figlio scopre la sua identità e raggiunge la sua maturità.

Il modello strutturale di Freud applicato a questo film trova alla fine la sua conclusione. Mariano, l’Io, dopo aver interiorizzato le spinte pulsionali dell’Es e quelle rigide e tendenti al perfezionismo del Super-Io, si è evoluto. È andato oltre. Si è spogliato del suo ruolo, sia metaforicamente che realmente, dato che deve lasciare l’incarico di Presidente della Repubblica.

Marco Aurelio Lorusso

4 commenti:

  1. 👍 grazie Marco.
    Well done.👌
    L'analisi psicologica puoʻ legarsi a quella che poi si traduce in una valutazione giuridica.
    A chi concedere la grazia?
    Chi la merita davvero?
    E si può arrivare ad accogliere una legge sull'eutanasia?
    Solo con la vera grazia, quella dello spirito, dell'anima liberata e ricomposta.

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  2. Emina6/2/26

    Nuova recensione sul film "La grazia" di Paolo Sorrentino

    Il dubbio come forma di grazia

    Elemento centrale del film "La grazia" di Paolo Sorrentino è la fotografia (di Daria D'Antonio), che ci si immerge in veri e proprio dipinti, dialogando con Caravaggio non solo per il chiaroscuro ma per il suo valore morale. La luce non separa il mondo in giusto e sbagliato ma mette i personaggi davanti a un bivio, nel momento fragile in cui la decisione non è ancora compiuta.
    Il richiamo a Caravaggio non è solo visivo ma concettuale. Come il pittore seicentesco spogliava i soggetti sacri dell’idealizzazione classica, portandoli in una dimensione quotidiana e umana, anche il Presidente della Repubblica Mariano De Santis, protagonista del film, si spoglia della sua veste ufficiale, mostrando un volto umano e vulnerabile. In tal senso lo "spogliarsi" però non significa debolezza: come il dubbio, non indebolisce ma conduce a una decisione più riflessiva e saggia: che è lenta, meno rassicurante della certezza ma più autentica e giusta.
    La scena in cui il Presidente siede davanti a una libreria colma di volumi di legge ne è un esempio. La legge rimane ordinata e astratta alle sue spalle (come le nature morte caravaggesche) mentre una lampada rossa introduce una luce calda e viva. La scelta grava sul corpo e sulla responsabilità personale. La luce non rivela la verità: la mette in gioco, la espone al dubbio.
    Il riferimento più evidente è "La Vocazione di San Matteo". Anche lì la luce indica una direzione ma non elimina l’incertezza. Matteo è colto nell’istante prima della decisione, sospeso tra chiamata e resistenza. Caravaggio non mostra la verità compiuta ma il momento in cui la verità diventa un problema umano.
    "La grazia" si avvicina così a una concezione della verità che non è mai definitiva. Nella scienza come nella legge la verità non è un punto d’arrivo ma un’ipotesi sempre esposta al rischio dell’errore. Come osservava Karl Popper: la conoscenza avanza non attraverso certezze ma attraverso la possibilità della confutazione.
    La giustizia non può essere definitiva. La certezza chiude la strada della verità; il dubbio, invece, diventa una forma di grazia. È un atto bello che impedisce alla decisione di trasformarsi in dogma. La certezza rassicura ma immobilizza. Il dubbio inquieta ma mantiene viva la responsabilità.
    Come in Caravaggio, ne "La grazia" la luce non salva i personaggi dal conflitto: li costringe a sostenerlo. La verità non sta nella legge scritta né nella chiarezza dell’illuminazione ma nel processo stesso della scelta, quando il personaggio accetta di non sapere fino in fondo e, proprio per questo, decide.
    Se la giustizia fosse definitiva, non avrebbe bisogno dell’uomo. Il dubbio è ciò che la rende possibile.

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  3. Emina14/2/26

    A fini esplicativi di quanto espresso nell'articolo di cui al post precedente, di seguito i link a due immagini del film e a due immagini di quadri di Caravaggio:

    https://static2-living.corriereobjects.it/wp-content/uploads/2026/01/la_grazia_toni_servillo_foto___andrea_pirrello__lg_d23_030424_1829.jpg?v=1769009234

    https://www.google.com/imgres?q=quadri%20caravaggio&imgurl=https%3A%2F%2Fwww.expedia.it%2Fstories%2Fwp-content%2Fuploads%2F2021%2F07%2F195023-share-image.jpg&imgrefurl=https%3A%2F%2Fwww.expedia.it%2Fstories%2Fopere-caravaggio-i-15-dipinti-piu-belli-2%2F&docid=P2R95fISoO4RfM&tbnid=9AjjWryouDoSwM&vet=12ahUKEwifqZCk5tiSAxUEgf0HHZd9BLwQnPAOegQIFxAB..i&w=1024&h=576&hcb=2&ved=2ahUKEwifqZCk5tiSAxUEgf0HHZd9BLwQnPAOegQIFxAB

    https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcS0YQQ3dJrUPKokKllBLuRJyXklKIX9UnaZ-g&s

    https://www.google.com/imgres?q=quadri%20caravaggio&imgurl=https%3A%2F%2Fi2.wp.com%2Forizzontecultura.com%2Fwp-content%2Fuploads%2F2020%2F03%2F873px-David_with_the_Head_of_Goliath-Caravaggio_1610.jpg%3Ffit%3D828%252C1024%26ssl%3D1&imgrefurl=https%3A%2F%2Forizzontecultura.com%2Fcaravaggio-a-roma-itinerario-tra-le-opere-di-michelangelo-merisi%2F&docid=Ed36lZhpCGh6SM&tbnid=wr0ECxhxzwgQzM&vet=12ahUKEwifqZCk5tiSAxUEgf0HHZd9BLwQnPAOegQIJBAB..i&w=828&h=1024&hcb=2&ved=2ahUKEwifqZCk5tiSAxUEgf0HHZd9BLwQnPAOegQIJBAB

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  4. Ciao Marco ed Emina, ho visto questo film al cinema e non mi era piaciuto affatto: lo avevo trovato lento, troppo lungo, con i soliti pezzi di bravura nei dialoghi e nella messinscena che non riuscivano a riscattare una narrazione fondamentalmente piatta, monocorde, ripetitiva nonché fondata su uno stile di un manierismo ormai stucchevole (Sorrentino nasce già come manierista dichiarato ma con questo film sembra giungere fino alla maniera di se stesso).
    Eppure le vostre recensioni mi hanno fatto vedere il film in modo completamente diverso, facendomi soffermare su aspetti che, preso dalla mia perplessità già consolidatasi durante la visione, non avrei personalmente considerato. I vostri sono contributi che utilizzano consapevolmente la cosiddetta "forzatura critica", ovvero estrapolare dal film dei significati al di là delle intenzioni degli autori o di quanto immediatamente si evince dalla fruizione dell'opera. Ma è un esercizio più che legittimo, non solo, anche particolarmente stimolante a mio avviso, quando non è fine a se stesso ma contribuisce ad un effettivo approfondimento. E i vostri articoli mi hanno effettivamente fatto vedere nel film gli aspetti di cui parlate, portandomi a riconsiderare la mia valutazione. Ecco la potenzialità del confronto!

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