(contiene spoiler)
Chloé Zhao è nota per il suo stile poetico e realistico, già apprezzato in film come Nomadland, con cui ha vinto l’Oscar come miglior regista. Nata in Cina e formatasi tra Asia ed Europa, Zhao ha sviluppato un cinema molto attento ai paesaggi e alle emozioni interiori dei personaggi. In Hamnet, tratto dall'omonimo romanzo di di Maggie O'Farrell, porta questa sensibilità in un contesto storico, creando un racconto visivamente suggestivo e profondamente umano. La storia segue la famiglia di William Shakespeare, concentrandosi sulla moglie Agnes e sui loro figli. Quando il giovane Hamnet muore improvvisamente, la famiglia viene travolta dal dolore e dal lutto. Attraverso questo evento tragico, il film esplora le conseguenze emotive della perdita e il modo in cui essa influenza profondamente le loro vite, fino a suggerire un legame con la nascita dell’opera probabilmente più famosa del Bardo inglese: Amleto.
Uno dei maggiori punti di forza di Hamnet è la scenografia, costruita con grande attenzione ai dettagli e profondamente legata alla natura. I paesaggi rurali, i campi, i boschi e le luci naturali non sono solo uno sfondo ma diventano parte integrante della narrazione: rappresentano uno spazio autentico, quasi spirituale, in cui i personaggi vivono e sentono, come dimostra la sequenza iniziale, che mostra Agnes sdraiata nel bosco su una radice che forma quasi una culla naturale per la ragazza. La protagonista è particolarmente legata a questo mondo rurale: partorisce la prima figlia nel bosco, ha un falco come animale domestico ed è dotata di una vasta conoscenza delle piante. Questa dimensione si contrappone alla città, più distante e artificiale, legata alla vita pubblica e al teatro, descritta come sporca e soprattutto responsabile dell’arrivo della famigerata peste, colpevole della morte di Hamnet, impossibile da curare con i rimedi naturali di Agnes.
La pellicola crea un forte contrasto tra natura e civiltà, che riflette anche il conflitto interiore dei protagonisti. Elemento centrale è la capacità attoriale, in particolare di Jessie Buckley, che interpreta Agnes con intensità e profondità emotiva. La sua performance riesce a rendere tangibile il lutto ed è sicuramente degna dell’Oscar come migliore attrice da poco ricevuto alla famosa kermesse cinematografica.
Il momento più significativo arriva sicuramente nel finale, quando la rappresentazione teatrale di Amleto assume un valore simbolico e catartico. Qui il film mostra come l’arte possa diventare uno strumento di elaborazione del dolore: ciò che non può essere detto nella vita reale trova forma sulla scena. Il teatro diventa così uno spazio di trasformazione, in cui il lutto si rielabora e si sublima, offrendo una possibilità di comprensione e, in parte, di guarigione.
La mano della regista è evidente: Zhao ha sempre narrato vite segnate da perdita e solitudine utilizzando paesaggi bucolici come specchio per le emozioni umane. Ma, mentre in Nomadland il viaggio era al contempo fisico ed interiore, in Hamnet questo percorso è sia emotivo che artistico e culmina con la creazione di Amleto. La regista riesce nell’impresa di raccontare Shakespeare senza mai rendere protagonista né lui né la città che è più debitrice dei suoi lavori, ovvero Londra: entrambi sono delle comparse all’interno di un film che pone al centro la stessa opera d’arte nella sua genesi e nella sua finale rappresentazione.
In conclusione Hamnet rappresenta un’opera elegante che unisce un'importante forza visiva con una profonda riflessione sul ruolo dell’arte e del lutto, non puntando all’immediatezza ma alla profondità (interessante da notare anche una colonna sonora ridotta che lascia spazio a silenzi pregni di significato).
Giulio Monti
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