Il sol dell'avvenire: la rivoluzione del sentimento
(contiene spoiler)
In questa pellicola Nanni Moretti mette in scena un gioco di specchi stratificato. Il protagonista, Giovanni, regista del film nel film, appare prigioniero di una rigidità che non è soltanto ideologica ma anche esistenziale. È un uomo che vuole controllare tutto: il ritmo dei film, il fatto che l’attrice protagonista si presenti sul set con dei sabot e perfino il modo in cui una giovane coppia dovrebbe amarsi.
Il protagonista del film che sta girando è Ennio, interpretato da Silvio Orlando, segretario di una sezione romana del PCI negli anni '50, figura che incarna l’apparato e la disciplina del partito: un uomo che soffoca il dubbio personale in favore della linea. La sua omofobia repressa e il richiamo all’ordine verso il collega de L'Unità sono i sintomi di una vita vissuta entro un perimetro di dogmi che non ammette deviazioni.
A questa rigidità si contrappone Paola, interpretata da Barbora Bobulova, che nella finzione del film rappresenta l’urto della realtà e del sentimento contro l’ideologia. La sequenza del circo è emblematica: mentre la politica esita o si piega alla violenza sovietica contro l’Ungheria, lei prova empatia per il popolo ungherese. Magistrale l'interpretazione di Barbora Bobulova, che con grande sensibilità riesce a dare volto e corpo alla passione, sia politica sia amorosa.
Fuori dal set questa tensione si riflette nella vita privata di Giovanni, nel rapporto con la moglie interpretata da Margherita Buy, che da mesi va in analisi per trovare il coraggio di lasciarlo, segno che la rigidità del regista è diventata una prigione anche per chi gli sta accanto.
Il finale che Giovanni aveva immaginato inizialmente era coerente con questa visione amara: il suicidio del protagonista del film. Sarebbe stata l’ultima affermazione di un uomo sconfitto dalla Storia e incapace di evolversi, un finale morettiano di vecchia maniera, amaro e solitario.
Tuttavia il crollo delle certezze private di Giovanni, segnato dalla fine del suo matrimonio, produce un paradosso benefico. Il regista comprende che continuare a seguire schemi fissi, nel cinema come nella vita, significherebbe restare irrimediabilmente solo. Così decide di cambiare il finale e compie un gesto di libertà creativa e umana: Ennio non si uccide ma si ribella; il PCI non obbedisce a Mosca ma sceglie l’umanità.
In questo modo il film si trasforma in un'ucronia, una storia alternativa: ciò che sarebbe potuto accadere se la sinistra avesse scelto l’amore e la libertà invece del dogma. La parata conclusiva, in cui sfilano molti volti del cinema di Moretti, diventa allora una sorta di testamento creativo e sembra suggerire che, per cambiare il mondo, o almeno il proprio mondo, bisogna prima trovare il coraggio di disobbedire a se stessi.
In fondo Il sol dell’avvenire mette lo spettatore di fronte a una scelta quasi morale. Da una parte c’è l’illusione politica, fatta di grandi ideali, di valori e di fede nella possibilità di cambiare la Storia ma anche segnata da una rigidità nei rapporti personali che finisce per sacrificare le persone sull’altare della causa. Dall’altra parte esiste un’altra illusione, quella dei rapporti interpersonali: un mondo fatto di tenerezza, di baci appassionati, di lacrime e di emozioni, una dimensione fragile ma profondamente umana.
Entrambe, suggerisce Moretti, sono illusioni e possono rivelarsi evanescenti quando vengono messe alla prova dei fatti. In questo senso il film resta fedele al consueto pessimismo morettiano. Nell’illusione politica, infatti, i grandi valori e gli ideali, quando non riescono a prendere forma nella realtà, rischiano di trasformarsi in pura retorica. E per Moretti la retorica è un peccato mortale, perché svuota le parole e riduce gli ideali a formule vuote.
Per questo il regista sembra suggerire una preferenza: se bisogna scegliere tra due illusioni, è meglio quella che mette al centro i sentimenti e il rispetto umano.
Ed è proprio in nome di questa illusione dei sentimenti che Moretti si concede persino la libertà di modificare la storia stessa, in un estremo tentativo di continuare a credere nell’essere umano al di là dei fatti e della realtà. È un gesto quasi utopico che assume la forma di un nuovo umanesimo: fragile, forse illusorio, ma capace di contagiare chi guarda con il desiderio ostinato di non smettere di credere nelle persone.
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