18 ottobre 2026

FILM al cinema - "Ritorno a Buenos Aires" di Marco Bechis

Ritorno a Buenos Aires, il nuovo film di Marco Bechis, è uscito nelle sale italiane il 17 settembre 2026, dopo essere stato presentato in concorso all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il film, interpretato da Adriano Giannini nel ruolo di Mariano Guerra, racconta la vita di una persona segnata da un evento drammatico, la prigionia nelle carceri argentine sotto la dittatura militare negli anni 70/80.

Quello che colpisce è il modo in cui viene raccontata una prigione che, anche dopo più di trent’anni, non è mai veramente finita. 

Mariano Guerra porta con sé un nome che sembra quasi una condanna. Guerra è il suo cognome ma è anche la parola che sembra definire la sua esistenza: un conflitto che continua dentro di lui anche quando quello esterno è finita. Dopo più di trent’anni trascorsi lontano dall’Argentina, Mariano è un uomo libero soltanto in apparenza.

La cella in cui è stato rinchiuso durante la dittatura misurava un metro per due. E quella misura, nel film, sembra continuare a seguirlo ovunque.

Nonostante siano passati decenni, Mariano vive ancora dentro quella cella. Il film ce lo rammenta continuamente, non soltanto attraverso i ricordi della prigionia ma soprattutto attraverso gli spazi del presente. Anche quando la storia si sposta a Roma o in Argentina, gli ambienti che circondano Mariano sono spesso brutti, sporchi, angusti, poco accoglienti. Sono luoghi che sembrano negare qualsiasi possibilità di libertà o di salvezza.

Le stanze che gli vengono assegnate durante il processo, così come la sala in cui parla con il suo avvocato, trasmettono una forte sensazione di claustrofobia. Sono spazi diversi dalla cella ma emotivamente sembrano essere la stessa cella.

È come se Mariano non fosse mai riuscito veramente a uscire da quel metro per due.

Anche la luce ha un ruolo fondamentale. La sua intermittenza richiama la lampada e la luce della prigione ma soprattutto quella picca con cui i prigionieri venivano torturati. Il passato non viene quindi confinato nei flashback: invade continuamente il presente attraverso i suoni, le luci, gli spazi e i corpi.

Tutto il film sembra costruito intorno a questa idea: Mariano è sopravvissuto ma non è mai riuscito a sentirsi veramente un sopravvissuto.

È vivo ma continua a vivere nella paura.

È libero ma continua a sentirsi prigioniero.

È tornato alla vita ma una parte di lui è rimasta in quella cella.

Ed è qui che il film trova la sua forza maggiore. Bechis non racconta soltanto ciò che è successo a Mariano durante la dittatura ma ciò che è rimasto dentro di lui dopo la fine della tortura. La violenza fisica è terminata da più di trent’anni ma quella psicologica continua.

La sua vera prigione è ormai dentro di lui: è fatta di paura, memoria e soprattutto senso di colpa.

Il senso di colpa di essere sopravvissuto quando altri non ce l’hanno fatta. Ma anche il senso di colpa per ciò che ha dovuto fare, o per ciò a cui ha dovuto cedere, pur di continuare a vivere.

Ed è forse questa la domanda più dolorosa che il film pone: che cosa significa davvero sopravvivere?

Mariano ha salvato la propria vita ma a quale prezzo?

In questo senso Ritorno a Buenos Aires non è semplicemente un film sulla dittatura argentina, sulla tortura o sul processo ai militari. È un film sulle conseguenze della sopravvivenza. Racconta una prigionia che non finisce quando si aprono le porte della cella.

Mariano è uscito dalla sua cella più di trent’anni fa.

Ma per tutto il film abbiamo la sensazione che, in qualche modo, sia ancora lì dentro.

In quella cella di un metro per due.

Emina Bratic

2 commenti:

  1. Tristissima, penosa storia quella del popolo argentino. Ricordo i Mondiali di calcio del 1978. Fuori lo stadio accadeva l'indicibile denunciato ancora oggi dalle Madri di Plaza de Mayo. La tua recensione, Emina, ricorda con molta efficacia quella storia drammatica . Come sopravvivere a quell'inferno? Grazie Emina.

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    1. Anonimo18/10/26

      Il film mi ha colpito molto, forse proprio per il fatto che chi ha vissuto una guerra o una situazione così drammatica difficilmente riesce a liberarsene. Diventa parte di noi. Grazie Alelisa

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