Match Point: la razionalità descrive l’assurdità del caso
(contiene spoiler)
Il film si apre con una sequenza emblematica: una pallina da tennis supera ripetutamente la rete che divide il campo. I giocatori non si vedono e appaiono come particolari insignificanti; l’inquadratura è concentrata esclusivamente sulla pallina, che passa da una parte all’altra finché, a un certo punto, colpisce la rete e si impenna, prima di ricadere da uno dei due lati.
La voce fuori campo di Chris, il protagonista, accompagna la scena con una riflessione destinata a fornire la chiave di lettura dell’intero film: «Chi disse “Preferisco avere fortuna che talento” percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto della vita dipenda dalla fortuna. Spaventa pensare che sia qualcosa fuori dal nostro controllo».
È la tesi attorno alla quale Woody Allen costruisce Match Point. La struttura del film richiama quella di una dimostrazione matematica: una tesi viene enunciata in apertura e, attraverso le vicende del protagonista, se ne sviluppano progressivamente le conseguenze, fino a giungere a una conclusione. Allen utilizza la fredda razionalità di un ragionamento per descrivere l’insensatezza dell’esistenza, senza cercare soluzioni consolatorie.
Lo stesso concetto ritorna quando Chloe dà alla luce il figlio. Mentre i parenti augurano al neonato di essere eccezionale, Tom, il fratello di Chloe, auspica per lui soprattutto la fortuna. È un dettaglio che conferma quanto la fortuna costituisca il principio attorno al quale ruota la vicenda.
A rendere ancora più potente la tesi del film interviene una scelta stilistica e musicale di rara efficacia: il contrasto stridente tra la logica implacabile degli eventi e la colonna sonora.
Mentre la vicenda si sviluppa con la precisione fredda e matematica di un ingranaggio razionale, ad accompagnarla è la struggente e malinconica aria Una furtiva lagrima di Gaetano Donizetti, nell’iconica registrazione d’epoca di Enrico Caruso.
Questa musica non è un semplice sottofondo ma funziona come un autentico contrappunto emotivo: con il suo canto vibrante e appassionato, sembra introdurre una nota di pietà, quasi di umana compassione, per i personaggi e per la loro tragica condizione. Ma è una compassione illusoria. Il contrasto tra il pathos dell’opera lirica e la cinica indifferenza dell’universo rende il destino dei protagonisti ancora più desolante: la musica piange per la condizione umana mentre il caso continua, impassibile, a governarne la sorte.
La tesi enunciata all’inizio trova la sua dimostrazione nella scena in cui Chris si libera dei gioielli sottratti a una delle sue vittime, gettandoli nel fiume. Un anello urta contro la ringhiera e ricade sul marciapiede, anziché finire in acqua. Lo spettatore è indotto a pensare che la fortuna stia abbandonando il protagonista e che proprio quell’oggetto possa condurre alla scoperta dei suoi crimini. Accade invece il contrario: l’anello viene raccolto da un senzatetto, che in seguito sarà coinvolto in un omicidio legato alla droga. Il ritrovamento contribuisce a indirizzare le indagini altrove, inducendo il detective ad abbandonare la pista che conduceva a Chris.
L’oggetto che sembrava destinato a tradire l’assassino finisce così per salvarlo. La pallina che colpisce la rete e ricade dalla parte giusta diventa la metafora di un’esistenza nella quale il risultato finale non corrisponde in alcun modo ai meriti o alle colpe di chi ne è protagonista.
La vena pessimistica che attraversa il film non è una novità nel cinema di Allen. È sempre stata presente, come un fiume carsico che scorre in profondità senza manifestarsi apertamente. A renderla meno evidente erano l’ironia, la leggerezza della commedia dei primi film e soprattutto l’amore, una speranza capace di rendere accettabile l’assurdità dell’esistenza.
Ma anche l’amore sfugge al controllo dei protagonisti: nasce e finisce secondo dinamiche che non dipendono interamente dalla loro volontà. Allen lo aveva mostrato mirabilmente in Io e Annie, dove l’impossibilità di far durare una relazione non cancella il valore dell’esperienza vissuta. La fine di un amore può essere dolorosa, ma non rende inutile ciò che è stato; rimane la possibilità di attribuire un significato a quanto si è vissuto.
In Match Point, invece, il pessimismo emerge senza il contrappeso dell’ironia e della speranza. L’imprevedibilità non riguarda più soltanto i sentimenti, ma investe la sorte stessa degli individui, fino a determinare chi dovrà rispondere delle proprie azioni e chi potrà sottrarsi alle loro conseguenze.
Lo sguardo di Allen è quello di chi non cerca di rendere la realtà più accettabile attraverso spiegazioni consolatorie. Il regista osserva gli eventi senza intervenire per ristabilire un equilibrio morale, lasciando che la vicenda segua il proprio corso anche quando il risultato è profondamente ingiusto. Non è indifferenza nei confronti della colpa, ma il rifiuto di fingere che la realtà garantisca una corrispondenza tra misfatto e punizione.
Questa prospettiva trova una delle sue espressioni più significative nella scena notturna in cui Chris incontra i fantasmi delle sue vittime. Il protagonista afferma che essere scoperto dimostrerebbe l’esistenza di un senso ultimo dell’universo: una punizione proverebbe che esiste un ordine capace di collegare le azioni alle loro conseguenze e di rendere comprensibile la vita. Ma questa conferma non arriverà. Chris resterà impunito e la sua speranza di senso resterà illusoria.
È in questo passaggio che il film richiama Delitto e castigo di Dostoevskij, evocato più volte nel corso della vicenda. Il confronto mette in luce una differenza sostanziale. Nel romanzo russo, il delitto di Raskol’nikov apre una crisi morale che conduce, attraverso la sofferenza e l’espiazione, alla possibilità di una redenzione. In Match Point, invece, questo orizzonte sembra scomparso. Il fantasma di Nola fa notare a Chris che ha commesso errori tali da far pensare che, in fondo, desiderasse essere scoperto. Eppure, neppure questi errori basteranno a condurlo alla punizione.
Daniele Ciavatti
Barometro personale: 🌈🌈🌈🌈
Non c’è una giustizia superiore che interviene a rimettere le cose al loro posto. Chris non è innocente, non è redento e non ha imparato una lezione: è semplicemente riuscito a farla franca.
La pallina ricade da una parte o dall’altra e la vita prosegue senza offrire garanzie che il risultato sia giusto. Allen costruisce un film rigoroso e spietato, che non offre risposte rassicuranti e proprio per questo continua a interrogare lo spettatore anche dopo la sua conclusione, lasciandolo di fronte alla possibilità più scomoda: che la giustizia sia soltanto un nostro bisogno, non una legge che governa il mondo.
Nessun commento:
Posta un commento