Ridere della tragedia: il potere salvifico dell’idealismo
(contiene spoiler)
Pur essendo un film molto godibile e, per larghi tratti, ricco di situazioni e battute esilaranti, Il ritratto del duca, diretto da Roger Michell, parte dalla descrizione di una situazione profondamente drammatica: la perdita di una figlia diciottenne. Il lutto viene vissuto in maniera molto diversa dai due genitori. La madre, interpretata da Helen Mirren, si richiude in se stessa e sembra rifiutare quella atroce verità; è come se il semplice fatto di negarla potesse proteggerla da un dolore che la mette in discussione nel profondo del suo essere. Oltre a negare la morte della figlia, scarica le responsabilità del decesso sul marito, colpevole di aver regalato alla ragazza la bicicletta con la quale, a seguito di un incidente, ha perso la vita. Il protagonista, Kenton Bumpton, interpretato da Jim Broadbent, accetta questo peso di responsabilità che la moglie gli riversa addosso, ritenendolo necessario per mantenere unita la famiglia, e si rifugia in un idealismo che, a prima vista, potrebbe sembrare velleitario ma che in realtà lo aiuta a vivere e a sopportare il dramma che lo ha colpito. Si crea così una contrapposizione tra due piani narrativi: da una parte il dramma, crudele e carico di rimorsi; dall’altra un comportamento guidato da un forte ideale di altruismo e di giustizia sociale, che conduce il protagonista in situazioni spesso comiche. Ed è proprio questo contrasto, sapientemente dosato dalla regia, a regalarci scene leggere, battute memorabili e risvolti ironici.
Roger Michell utilizza con intelligenza anche una costruzione visiva molto dinamica, ricorrendo in alcune sequenze alla tecnica dei riquadri che dividono lo schermo in più immagini contemporaneamente. Questo espediente dona ritmo al racconto, vivacizza la narrazione e accentua il tono brillante della commedia senza mai far perdere profondità al dramma sottostante. Emblematica è, ad esempio, la celebre scena dei secchi durante l’interrogatorio in tribunale, in cui il pubblico ministero cerca di capire dove abbia alloggiato il protagonista durante la preparazione del furto: una sequenza comica costruita con grande precisione, capace di alleggerire la tensione senza banalizzare la vicenda. Il sacrificio finale del protagonista, che decide di assumersi la colpa del furto per salvare il figlio da una lunga detenzione, rappresenta anche il momento in cui la madre riesce finalmente a elaborare il lutto, sollevando il marito dal peso della colpa legata all’incidente e aprendo così la strada a una possibile riconciliazione familiare.
Una riflessione interessante riguarda proprio il rapporto tra comicità e dolore. In questo film, infatti, l’umorismo non nasce dalla leggerezza superficiale, ma da una conoscenza profonda della sofferenza umana. Le situazioni comiche, le battute e persino l’ostinato idealismo del protagonista acquistano forza proprio perché si sviluppano sullo sfondo di una perdita insanabile. In questo senso risulta particolarmente significativa la celebre frase di Mark Twain: “La fonte segreta dell’umorismo non è la gioia ma il dolore.” È proprio questa intuizione a rendere efficace il film: il sorriso non cancella il dramma, ma lo rende più sopportabile, trasformandosi in uno strumento di resistenza e persino di sopravvivenza emotiva. In definitiva, Il ritratto del duca non è una commedia nonostante il dolore ma una commedia grazie al dolore.
Daniele Ciavatti
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