6 agosto 2026

Classici del cinema sotto l'ombrellone - "Profondo Rosso" di Dario Argento (Italia 1975)

Il Male riflesso nello specchio oscuro del sangue

(contiene spoiler)

Guardando Profondo Rosso si rimane colpiti dall'attenzione che Dario Argento dedica agli oggetti. Essi vengono ripresi da molteplici angolazioni e la macchina da presa indugia a lungo su di loro, quasi a volerli sottrarre alla loro funzione quotidiana. In questo senso Argento ricorda Sergio Leone: nei suoi western, le lunghe sequenze dedicate agli occhi e ai volti dei protagonisti li facevano uscire dalla realtà per entrare nella dimensione del mito e del sogno. Argento compie un'operazione analoga ma sostituisce i volti con gli oggetti. Anche questi vengono strappati all'ordinarietà ma non per diventare mitici: si trasformano in indizi, in presenze inquietanti, particolari che suggeriscono qualcosa che aleggia nell'aria. Non è il mito di Leone, ma il Male.

Da questo punto di vista è illuminante la sequenza degli oggetti ripresi su un panno scuro: la corda intrecciata, le biglie colorate, le statuine raffiguranti demoni e infine i coltelli. Accompagnati dalla musica dei Goblin, questi oggetti perdono completamente il loro significato abituale per assumerne un altro, simbolico, diventando manifestazioni di una forza superiore e malevola. Se in Leone i volti si trasformano in mito, in Argento gli oggetti diventano la materializzazione del Male.

Anche la possibilità di osservare questa entità sembra non dipendere dai cinque sensi. Il Male non si vede: si percepisce. A rappresentarlo sono infatti una sensitiva, durante la celebre scena del teatro, e un bambino. Carlo, dopo aver assistito all'omicidio del padre per mano della madre, riesce infatti a rappresentare quella presenza attraverso un disegno. È come se l'infanzia conservasse una sensibilità istintiva che permette di cogliere ciò che gli adulti non sono più in grado di vedere.

Gli adulti, al contrario, sono incapaci di riconoscere il Male anche quando si manifesta davanti ai loro occhi. È un tema che Argento aveva già affrontato ne L'uccello dalle piume di cristallo, dove il protagonista assiste a un tentato omicidio ma interpreta erroneamente ciò che vede, confondendo vittima e carnefice. Lo stesso accade a Marc in Profondo Rosso: entrando nell'appartamento della medium appena uccisa, vede il volto dell'assassina riflesso in uno specchio ma il suo sguardo è incapace di comprenderlo. Crede di aver osservato un quadro, che immagina sia stato successivamente rimosso. Il problema non è la vista, ma l'incapacità di interpretare la realtà.

Rispetto ai film precedenti di Argento, la struttura del giallo classico rimane presente ma passa progressivamente in secondo piano. Ciò che domina è un'atmosfera di malvagità diffusa, percepibile ben prima della soluzione dell'enigma. La violenza dei due cani rabbiosi che si sbranano o la crudeltà della bambina che si diverte a torturare le lucertole non fanno avanzare la trama ma costruiscono un mondo nel quale il Male sembra impregnare ogni cosa.

Ancora una volta è l'infanzia a mostrarsi particolarmente ricettiva a questa presenza oscura. Gli oggetti legati ai ricordi infantili acquistano così una forza simbolica ancora maggiore. La filastrocca che accompagna il delitto a cui assiste Carlo ritorna ogni volta che il Male sta per colpire, assumendo una funzione molto simile alle poche note dell'armonica di C'era una volta il West, legate alla scena in cui il giovane protagonista viene costretto da Frank a sostenere sulle spalle il fratello con il cappio al collo, mentre lo strumento gli viene infilato in bocca, trasformando quel suono nel simbolo indelebile della sua sofferenza. Allo stesso modo, in Profondo Rosso, la nenia infantile smette di essere una semplice melodia e si trasforma nella voce del Male che annuncia il prossimo omicidio.

Anche la macchina da presa contribuisce a questa trasformazione. Formalmente coincide con il punto di vista dell'assassino ma quest'ultimo viene progressivamente spersonalizzato. Non sembra più essere un individuo a compiere gli omicidi quanto piuttosto una forza superiore che utilizza il suo corpo come strumento. Le vittime vengono osservate come insetti sotto lo sguardo di un entomologo: si agitano, cercano di fuggire, tentano inutilmente di difendersi ma fin dall'inizio lo spettatore comprende che ogni sforzo è destinato al fallimento. Il loro destino è già scritto.

Per questo Profondo Rosso rappresenta uno spartiacque nell'intera opera di Dario Argento. È il momento in cui il regista porta a compimento la tradizione del thriller italiano e, nello stesso tempo, la supera, trasformando il giallo in un'esperienza dominata dalle immagini, dai simboli e dall'incubo. L'enigma non costituisce più il centro del racconto: diventa soltanto il mezzo attraverso il quale mettere in scena una presenza oscura che sembra governare il mondo.

Anche la celebre locandina del film sembra condensare perfettamente questa idea. Una testa di donna emerge sopra una chiazza di sangue nella quale si riflette un volto. Argento sembra suggerire che il Male non possa essere osservato direttamente ma soltanto attraverso il suo riflesso nel sangue, come se l'orrore fosse l'unico filtro capace di renderlo visibile. Solo attraversando quel profondo rosso lo sguardo riesce finalmente a cogliere la verità.

Daniele Ciavatti

Barometro personale: 🌈🌈🌈🌈

7 commenti:

  1. Ciao Daniele, ritengo il tuo articolo molto ben scritto ma, dal punto di vista esistenziale, non trovo che offra spunti per aiutare a vivere meglio il lettore...

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  2. Daniele10/8/26

    Ciao Pier, il tuo commento mi dà modo di dibattere di un argomento che mi ha sempre affascinato: la conoscenza può aiutare a vivere meglio o, al contrario, è la premessa per rovinarsi la vita?

    Di entrambe le posizioni ci sono innumerevoli esempi. Della prima, o meglio della necessità della conoscenza, mi viene in mente il celebre verso di Dante: «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza». Della seconda, invece, la convinzione di Leopardi che la conoscenza e la ragione ci permettano di riconoscere i meccanismi inumani della natura, condannandoci così all'infelicità.

    Ora, quello che Argento, nella sua opera, ci propone è una versione del Male, certamente da incubo e certamente poco materiale, che tuttavia ci fa riflettere su un aspetto della vita che non può essere ignorato.

    Questa riflessione può aiutare a vivere meglio? Personalmente non ho ancora deciso quale delle due opzioni sia quella giusta.

    Alla prossima!!

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  3. Ciao Daniele, personalmente ritengo che la conoscenza possa aiutare a vivere meglio ma ovviamente, bisogna innanzitutto chiarire il senso di questo termine, soprattutto nel contesto post-moderno contemporaneo, dove un concetto come questo può essere ancorato a diversi orizzonti di senso tra loro anche contrastanti.
    In diversi ambiti sapienziali tradizionali, riscontrabili ad esempio sia nella filosofia europea che in quella indiana, la "conoscenza" è ritenuta fondamentale per compiere un percorso di emancipazione dalla necessità in direzione della libertà (uso qui termini schellinghiani).
    Quando tu, analizzando "Profondo rosso", parli di "Male" con l'iniziale maiuscola e senza ulteriori specificazioni, non mi è chiaro cosa intendi e, di conseguenza, cosa intenderebbe mostrare a tuo avviso il film di Argento...

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  4. Daniele19/8/26

    Che cos'è il Male? Bella domanda, Pier.

    Nel cinema dell'orrore si prendono sostanzialmente due strade: una è quella che lo considera connaturato al nostro essere; la seconda lo vede come una forza esterna all'uomo.

    Nella prima troviamo l'orrore nelle cose quotidiane del nostro vivere, come nella gravidanza e nel parto di Rosemary's Baby; nella seconda il Male è una presenza esterna che permea la realtà e che può impossessarsi degli esseri umani per i propri scopi. Argento mi sembra appartenere soprattutto a questa seconda ipotesi, ma con una sua caratteristica personale: i carnefici diventano semplici strumenti, mentre le vittime sono esseri completamente impotenti di fronte a una forza che sembra trascenderli.

    In ogni caso, il cinema dell'orrore ci fa riflettere sulla nostra vita e sul suo senso ultimo. È in questo, secondo me, che può risiedere il suo «aiuto esistenziale» per lo spettatore: non necessariamente nell'offrirci una risposta su come vivere meglio, ma nell'aumentare la conoscenza che abbiamo della nostra esistenza, anche attraverso ciò che ci spaventa.

    Un caro saluto!

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  5. Ed eccoci al punto. Ciò di cui parli è un tema che ha notevolmente impegnato la riflessione filosofica e spirituale per secoli. A mio parere l'arte (e quindi il cinema) può esprimere qualcosa di significativo in merito soltanto in due casi: o si fonda sulla dimensione filosofico-spirituale (e quindi su uno spessore speculativo e/o su un'esperienza sapienziale delle quali essa si fa strumento espressivo) oppure attraverso l'intuizione immediata del genio. Secondo me "Profondo rosso" non rientra in nessuno di questi due casi. Argento è un ottimo metteur en scene, che, nel film citato, sa costruire, attraverso il potenziale creativo dell'artificio cinematografico (oltre a dirigere, è co-autore del soggetto e della sceneggiatura), un horror ben fatto e che riesce a suscitare nello spettatore una certa inquieta partecipazione. Ma l'opera non ha lo spessore né la genialità per poter parlare dei temi ai quali ti riferisci. Ritengo quindi la tua una sovrainterpretazione di quello che nel film citato non è un tema bensì uno strumento, una funzione narrativa finalizzata al coinvolgimento emotivo dello spettatore sotto il segno dell'inquietudine e della paura. Queste sono infatti le corde emotive che sollecita il genere horror, in modo fine a se stesso quando i film che ne fanno parte non trascendono le pure convenzioni di riferimento in direzione di una rappresentazione artistica di valore universale. Nel caso di Argento si rileva senza dubbio una capacità espressiva che, nei suoi risultati migliori, lo ha portato a realizzare opere che si possono accostare a delle esplorazioni di ascendenza surrealista dell'onirico e del perturbante. Questo secondo me è il valore estetico attribuibile a un film come "Profondo rosso", che invece non risponde a mio avviso al quesito da te sollevato.

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  6. Daniele31/8/26

    Si pensa che per far paura siano sufficienti qualche effetto speciale raffinato e tre o quattro accortezze proprie di questo genere: niente di più sbagliato. Far paura, un po' come far ridere, richiede una grande conoscenza della realtà, soprattutto nei suoi lati oscuri, e una grande confidenza con le problematiche esistenziali che ognuno di noi incontra nel corso della propria vita.

    In questo film Argento ci intrattiene discutendo di un problema tutt'altro che banale: la possibilità di individuare il Male. Non è un caso che affronti il tema dal punto di vista di un bambino, dal punto di vista di una sensitiva e dal punto di vista di una persona cosiddetta "normale", come Marc, che risulta essere quella meno attrezzata per capire.

    E non è un caso che la feroce omicida alla fine sia l'anziana madre di Carlo, che per tutto il film viene rappresentata come una figura un po' svampita e persino capace di suscitare empatia. Ci rendiamo conto di dove si annida il Male? Come riflessione non è niente male...

    Un caro saluto!

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  7. In generale l'efficacia di un'opera può dipendere anche da quello che dici nel primo capoverso del tuo ultimo commento, infatti i procedimenti narrativi e cinematografici di cui parlo io a loro volta derivano da una certa conoscenza, se non altro, del funzionamento della percezione umana. Fin qui i due ultimi commenti (mio e tuo) non sono necessariamente in contraddizione. Altro discorso è attribuire una dimensione filosofica di alto livello a un film come "Profondo rosso" e, se si parla di Male con l'iniziale maiuscola e senza ulteriori specificazioni, a mio avviso si entra pienamente nell'ambito della filosofia nel senso più elevato del termine, ambito nel quale - sempre secondo la mia opinione - non si addentra il film citato. Un caro saluto a te!

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