31 ottobre 2026

FILM in streaming - "Vivarium" di Lorcan Finnegan (Irlanda/Danimarca/Belgio 2019)

 VIVARIUM: UNA VITA IN SCATOLA TRA RIPETIZIONE E ILLUSIONE DELLA SCELTA

‘I know things will get better
You'll find work and I'll get promoted
We'll move out of the shelter
Buy a bigger house and live in the suburbs’

Tracy Chapman, Fast Car, 1988 

(contiene spoiler)

Una casa, un lavoro, una famiglia. Desideri comuni, obiettivi attraverso cui immaginiamo di costruire la nostra vita. Ma cosa accade quando diventano tappe obbligate? Quando il percorso che dovrebbe portarci alla felicità finisce per consumare tutto il tempo che abbiamo?

Vivarium (2019), del regista irlandese Lorcan Finnegan, trasforma queste domande in un incubo. Gemma (Imogen Poots) e Tom (Jesse Eisenberg), una giovane coppia alla ricerca di una casa, visitano il complesso residenziale di Yonder accompagnati dall’enigmatico agente immobiliare Martin. Case identiche, prati curati, strade ordinate. Dopo aver mostrato loro l’abitazione numero 9, Martin scompare. Ogni tentativo di lasciare il quartiere riporta i protagonisti davanti alla stessa casa. Poi arriva una scatola contenente un neonato: dovranno crescerlo per essere liberati.

La casa c’è. La coppia c’è. Adesso c’è anche un bambino. Il modello è completo, ma chi deve abitarlo non ha più possibilità di scelta.

Il titolo offre una prima chiave di lettura: un vivarium è un ambiente circoscritto nel quale vengono mantenuti organismi viventi in condizioni controllate. Yonder riproduce alcune condizioni della vita umana, privandole però della libertà e della spontaneità. I protagonisti ricevono cibo e un’abitazione perché possano svolgere il compito assegnato. Dei loro desideri il sistema sembra non sapere cosa farsene.

Il parallelismo con The Truman Show (1998) di Peter Weir nasce proprio da questa normalità costruita. Anche Seahaven, la cittadina di Truman Burbank, offre un’immagine rassicurante della vita: case ordinate, vicini cordiali, giornate prevedibili. Entrambi i film richiamano l’immaginario dei quartieri residenziali idealizzati, trasformando la promessa di sicurezza in una prigione. Persino il cielo, simbolo di apertura, appartiene all’ambiente artificiale. Seahaven e Yonder possono essere letti come due spazi sperimentali: la prima organizza l’esistenza di un uomo per farne uno spettacolo, la seconda utilizza una coppia per perpetuare un ciclo vitale. C’è però una differenza decisiva. Truman deve scoprire l’inganno; Gemma e Tom comprendono presto di essere intrappolati. La consapevolezza non basta a liberarli. Dove Weir lascia una porta da attraversare, Finnegan continua a riportarci davanti alla casa numero 9. Questo rappresenta quindi anche una critica al sogno americano (di cui parla anche Tracy Chapman nella sua celeberrima hit Fast Car, come proposto a inizio articolo), tanto agognato ma capace di rendere le vite sterili, vuote e ripetitive.

Il richiamo ai suburbs americani incontra inoltre una radice irlandese. Finnegan ha esplicitamente indicato tra le origini del progetto i ghost estates, complessi residenziali rimasti vuoti o incompiuti dopo la crisi immobiliare del 2008. Luoghi destinati alle famiglie, nei quali pochi abitanti potevano ritrovarsi circondati da case disabitate. La promessa di una nuova vita si trasformava in isolamento.

Yonder esaspera questa contraddizione: ci sono moltissime abitazioni ma manca una comunità. Nessun vicino a cui chiedere aiuto, nessuna relazione attraverso cui condividere ciò che accade. La vicinanza degli edifici non produce vicinanza tra le persone. Ognuno rimane chiuso nella propria scatola.

L’isolamento invade anche la coppia. Tom comincia a scavare una buca davanti alla casa, mentre Gemma si occupa del bambino e cerca di comprenderlo. Si delineano ruoli familiari riconoscibili: l’uomo assorbito dal lavoro fisico, la donna confinata nell’accudimento. Yonder organizza così anche il loro rapporto, restringendo progressivamente lo spazio per stare insieme.

Il loop passa dalle strade alle giornate. Tom scava, si affatica, torna esausto. Gemma rimane con una creatura sempre più difficile da gestire. Le azioni si ripetono e la relazione si consuma. Il tentativo di Tom di trovare una via d’uscita diventa un lavoro quotidiano che finisce per assorbirlo completamente. Fino a trasformare quella buca nella sua tomba. È una metafora amara: possiamo trascorrere la vita a costruire le condizioni per vivere, rimandando continuamente il momento di farlo. Si lavora per la casa, per la famiglia, per una sicurezza futura. Intanto il presente diventa qualcosa da attraversare in attesa di arrivare altrove.

Anche il bambino partecipa a questa perdita di contatto. Cresce rapidamente, imita voci e comportamenti ma rimane incomprensibile. La convivenza e l’accudimento non producono automaticamente un legame. La sua estraneità è reale nella trama ma permette anche una lettura simbolica: quanto conosciamo chi vive con noi?

Un figlio può essere presente ogni giorno e rimanere, per alcuni aspetti, sconosciuto. Lavoro, stanchezza e incombenze possono occupare tutto lo spazio, lasciando poco tempo per scoprirne pensieri e desideri. Lo vediamo crescere, ma possiamo faticare a comprendere chi stia diventando. Vivarium rende mostruosa questa distanza, senza offrire alla coppia una possibilità autentica di colmarla.

Le immagini iniziali del cuculo anticipano il meccanismo: un essere viene allevato da altri, utilizzandone le risorse per completare la propria crescita. Nel finale, la creatura adulta sostituisce Martin nell’agenzia immobiliare. Gemma e Tom muoiono, una nuova coppia potrà arrivare. Il ciclo continua.

La morte, dentro Yonder, è una fine e basta. Non risarcisce la sofferenza e non restituisce un significato al percorso. I protagonisti vengono sostituiti perché hanno esaurito la loro funzione. È la crudeltà di un sistema per il quale ciò che rende unica una persona non ha alcuna importanza. Proprio questa prospettiva ci riporta al valore del tempo vissuto. I momenti di vicinanza tra Gemma e Tom conservano qualcosa che Yonder non sa riprodurre: la possibilità di riconoscersi, di condividere un’emozione, di esserci l’uno per l’altra.

Vivarium non concede loro una liberazione. Lascia però a noi una domanda: quanto di ciò che desideriamo stiamo rimandando, mentre cerchiamo di completare il percorso che dovrebbe renderci felici?

La casa numero 9 rimane pronta per un’altra coppia. Il tempo trascorso al suo interno, invece, non può ricominciare.

Marco Aurelio Lorusso

1 commento:

  1. Alelisa31/10/26

    Ciao Marco.
    La tua recensione mi è proprio piaciuta. Ci leggo, infatti, molto di ciò che penso. E, non so perché, mi hai fatto tornare in mente Trainspotting, in cui la droga diventa la scelta, la via di fuga da tutto ciò che è convenzionale. Bellissimo, poi, il monologo di Renton che conclude il film: incisivo, vero, spiazzante come il suo sorriso beffardo. La colonna sonora, celeberrima, completa alla perfezione la scena.

    RispondiElimina