27 marzo 2026

FILM al cinema - "Hamnet" di Chloé Zhao

(contiene spoiler)

Chloé Zhao è nota per il suo stile poetico e realistico, già apprezzato in film come Nomadland, con cui ha vinto l’Oscar come miglior regista. Nata in Cina e formatasi tra Asia ed Europa, Zhao ha sviluppato un cinema molto attento ai paesaggi e alle emozioni interiori dei personaggi. In Hamnet, tratto dall'omonimo romanzo di di Maggie O'Farrell, porta questa sensibilità in un contesto storico, creando un racconto visivamente suggestivo e profondamente umano. La storia segue la famiglia di William Shakespeare, concentrandosi sulla moglie Agnes e sui loro figli. Quando il giovane Hamnet muore improvvisamente, la famiglia viene travolta dal dolore e dal lutto. Attraverso questo evento tragico, il film esplora le conseguenze emotive della perdita e il modo in cui essa influenza profondamente le loro vite, fino a suggerire un legame con la nascita dell’opera probabilmente più famosa del Bardo inglese: Amleto. 
Uno dei maggiori punti di forza di Hamnet è la scenografia, costruita con grande attenzione ai dettagli e profondamente legata alla natura. I paesaggi rurali, i campi, i boschi e le luci naturali non sono solo uno sfondo ma diventano parte integrante della narrazione: rappresentano uno spazio autentico, quasi spirituale, in cui i personaggi vivono e sentono, come dimostra la sequenza iniziale, che mostra Agnes sdraiata nel bosco su una radice che forma quasi una culla naturale per la ragazza. La protagonista è particolarmente legata a questo mondo rurale: partorisce la prima figlia nel bosco, ha un falco come animale domestico ed è dotata di una vasta conoscenza delle piante. Questa dimensione si contrappone alla città, più distante e artificiale, legata alla vita pubblica e al teatro, descritta come sporca e soprattutto responsabile dell’arrivo della famigerata peste, colpevole della morte di Hamnet, impossibile da curare con i rimedi naturali di Agnes. 
La pellicola crea un forte contrasto tra natura e civiltà, che riflette anche il conflitto interiore dei protagonisti. Elemento centrale è la capacità attoriale, in particolare di Jessie Buckley, che interpreta Agnes con intensità e profondità emotiva. La sua performance riesce a rendere tangibile il lutto ed è sicuramente degna dell’Oscar come migliore attrice da poco ricevuto alla famosa kermesse cinematografica. 
Il momento più significativo arriva sicuramente nel finale, quando la rappresentazione teatrale di Amleto assume un valore simbolico e catartico. Qui il film mostra come l’arte possa diventare uno strumento di elaborazione del dolore: ciò che non può essere detto nella vita reale trova forma sulla scena. Il teatro diventa così uno spazio di trasformazione, in cui il lutto si rielabora e si sublima, offrendo una possibilità di comprensione e, in parte, di guarigione. 
La mano della regista è evidente: Zhao ha sempre narrato vite segnate da perdita e solitudine utilizzando paesaggi bucolici come specchio per le emozioni umane. Ma, mentre in Nomadland il viaggio era al contempo fisico ed interiore, in Hamnet questo percorso è sia emotivo che artistico e culmina con la creazione di Amleto. La regista riesce nell’impresa di raccontare Shakespeare senza mai rendere protagonista né lui né la città che è più debitrice dei suoi lavori, ovvero Londra: entrambi sono delle comparse all’interno di un film che pone al centro la stessa opera d’arte nella sua genesi e nella sua finale rappresentazione.
In conclusione Hamnet rappresenta un’opera elegante che unisce un'importante forza visiva con una profonda riflessione sul ruolo dell’arte e del lutto, non puntando all’immediatezza ma alla profondità (interessante da notare anche una colonna sonora ridotta che lascia spazio a silenzi pregni di significato).

Giulio Monti

5 commenti:

  1. Ciao Giulio, non ho ancora visto questo film ma vorrei recuperarlo in seconda visione...

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  2. Emina24/4/26

    Il film "Hamnet", diretto da Chloé Zhao, è senza dubbio un’opera di grande raffinatezza visiva. La regia costruisce un mondo fatto di silenzi, luce naturale e atmosfere sospese che rendono l’Inghilterra elisabettiana quasi fuori dal tempo. Da questo punto di vista il film è notevole: ogni scena è curata con grande sensibilità estetica e la fotografia contribuisce a creare un tono poetico e contemplativo.
    La parte più riuscita del film è probabilmente l’inizio, quando viene raccontato l’incontro e l’innamoramento tra Agnes e William Shakespeare. Il rapporto tra i due è rappresentato con delicatezza e autenticità ed è qui che il film riesce davvero a coinvolgere emotivamente. In queste scene si percepisce la complicità della coppia, il loro legame profondo e la libertà del loro amore.
    Anche l’interpretazione dell’attrice protagonista è molto convincente: intensa, magnetica e capace di dare presenza a un personaggio che, sulla pagina, rimane spesso poco definito.
    Proprio qui però emerge uno dei limiti principali del film. Il personaggio di Agnes viene presentato come una donna particolare, quasi misteriosa, legata alla natura e dotata di una forte autonomia ma molti aspetti della sua personalità restano soltanto accennati e non vengono realmente sviluppati. Il risultato è un personaggio affascinante ma isolato, che nel film stabilisce pochi rapporti significativi al di fuori del marito e del fratello.
    Anche la struttura narrativa appare sbilanciata. Paradossalmente la sorella Judith riceve più attenzione del piccolo Hamnet, che dovrebbe essere il cuore emotivo della storia. Questo rende la tragedia meno incisiva, perché lo spettatore non ha davvero il tempo di conoscere il bambino e di affezionarsi a lui.
    Nella seconda parte il film diventa più lento e simbolico, privilegiando immagini e suggestioni rispetto allo sviluppo della storia. Questa scelta stilistica può risultare elegante ma rischia anche di creare una certa distanza emotiva. Il dolore della perdita viene mostrato in modo molto stilizzato, quasi astratto, e non sempre riesce a toccare davvero lo spettatore.
    Alla fine "Hamnet" lascia l’impressione di un film formalmente bellissimo ma emotivamente meno coinvolgente di quanto prometta. Rimangono nella memoria alcune immagini e soprattutto il ritratto delicato dell’amore tra Agnes e Shakespeare, ma il resto appare talvolta come un involucro raffinato che non riesce a riempirsi completamente di vita.
    In sintesi, un film elegante e visivamente affascinante, con una splendida storia d’amore al centro, ma che nel complesso può dare la sensazione di privilegiare l’atmosfera alla profondità narrativa.

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  3. ...dopo la recensione di Emina mi sta passando la voglia di recuparare il film in seconda visione (ci sarebbe proprio questo weekend vicino casa)...perché quello che hai scritto è in sintonia con ciò che mi dice il mio intuito rispetto ad Hamnet: penso che sia un film lento e triste, che non mi offrirà spunti costruttivi neanche sotto il profilo della catarsi...

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  4. Natura a cultura - nuova recensione del film “Hamnet” di Chloé Zao

    (contiene spoiler)

    Quinto lungometraggio della sino-americana Chloé Zao, “Hamnet” adotta una struttura filmica affine a quella dei precedenti "The Rider" (USA 2017) e "Nomadland" (USA 2020) - mentre il fanta-action Marvel "Eternals" (USA 2021) non c'entra nulla - a base di una narrazione dai ritmi programmaticamente dilatati, nella quale viene privilegiata la resa emotiva piuttosto che l'intreccio, con un risultato che si avvicina più alla sintassi lirica che al racconto in prosa, anche grazie all'attenzione alla dimensione figurativa delle immagini ed alla direzione degli attori, spinti verso l'intensità espressiva ma in modo estremamente controllato e mai iperbolico.
    Rispetto ai due precedenti lavori citati “Hamnet” risulta il più compiuto in quanto all'andamento da sospensione poetica si associa un pathos del racconto in grado di coinvolgere maggiormente lo spettatore: laddove in "The Rider" e in "Nomadland" i protagonisti (rispettivamente il giovane cowboy e la senzatetto di mezz’età) risultavano più evanescenti all’interno dell’indifferenziazione “impressionista” adottata dall’approccio filmico nelle resa di persone e ambienti, in quest’ultimo film i personaggi spiccano con maggiore evidenza, sono tratteggiati in modo più incisivo ed aggiungono alla vicenda una tensione emotiva nuova: a partire da Agnes fino allo stesso Shakespeare, passando per il di lei fratello e la di lui madre. Non solo “natura” quindi ma anche “autocoscienza”, non solo “panteismo” ma anche “principio di individuazione”, non solo “continuità” ma anche “volontà creativa”.
    Nella prima parte l’opera è maggiormente incentrata sul personaggio di Agnes e sulla dimensione magico-rurale che la caratterizza: una donna forte, volitiva, indipendente, figlia di una cosiddetta “strega”, con un forte rapporto con il bosco circostante, conoscitrice di erbe e rimedi naturali, senza dubbio anticonformista per l’epoca.
    Siamo in un ‘600 dipinto con toni foschi e cupi, nonostante le belle e luminose inquadrature di paesaggi naturali che si contrappongono a quelle più buie e claustrofobiche degli agglomerati urbani e degli appartamenti: sembra quasi un Medioevo che si attarda nella Storia, tanto vengono evidenziate dalla sceneggiatura le difficoltà materiali, le malattie, la chiusura mentale…
    Pare essere proprio Agnes a sedurre il giovane Shakespeare e a dare la direzione alla loro successiva vita familiare come sposi e genitori di tre figli. All’inizio lui sembra spaesato in una realtà di provincia dove non riesce ad esprimere il suo genio letterario, trovandosi costretto a lavorare come guantaio assieme ad un padre autoritario e violento. Assistiamo quindi ad una prima crisi nervosa di lui, la quale già ci indirizza verso la tradizionale interpretazione che intreccia la creatività artistica alle problematiche psichiche. Ed è la moglie a consigliargli di spostarsi a Londra per cercare di realizzare la sua vocazione: lei non lo seguirà, preferendo mantenere il suo rapporto con la natura che in una metropoli verrebbe meno; di conseguenza la loro relazione diventerà “a distanza”, con un nuovo equilibrio accettato serenamente da entrambi fin quando la morte di uno dei figli per malattia non metterà tutto in discussione. La sofferenza di lei si rivolgerà contro di lui, portandola ad accusarlo per la sua assenza, che lei stessa aveva incoraggiato; lui procederà comunque per la sua strada creativa iniziata a Londra.

    (continua nel post successivo)

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  5. (segue dal post precedente)

    Nella seconda parte del film è lo stesso Shakespeare a diventare protagonista. Laddove Agnes aveva dato forma alla loro vita attraverso il forte legame con la natura, William, attraverso l’arte (quindi la cultura), troverà una forma per offrire una purificazione (la catarsi di aristotelica memoria) dalla sofferenza sia alla stessa moglie che all’umanità intera, simboleggiata dal pubblico che assiste alla rappresentazione teatrale nell’epilogo. Il prezzo che lui paga è una vita che continua invece ad essere sofferta, consumata da un senso di colpa non riconciliato e da un malessere interiore che non si placa. Ed ecco tornare il consueto tema - accennato prima - del connubio tra genio e "follia”, che in questo finale si allarga ad un orizzonte più vasto di quello psicologico o psichiatrico: è come se l’artista venisse rappresentato in qualità di "agnello sacrificale" o di "capro espiatorio", che, assumendo su di sé il peso della sofferenza interiore, riesce a realizzare quelle opere che poi contribuiscono viceversa ad alleviare lo stesso tipo di sofferenza nell’umanità che ne fruisce. Una visione suggestiva questa indicata dal film, anche se magari non sarà applicabile meccanicamente ad ogni singola vita d’artista.
    Da notare come l’approccio della messinscena faccia - almeno parzialmente - suo l’atteggiamento magico rappresentato, quando mostra che la morte del piccolo potrebbe essere avvenuta per uno “scambio” con la sorella gemella (era lei ad essere malata, non lui) al momento dell’arrivo della Morte. Nell’epilogo inoltre allarga la visuale anche ad una dimensione trascendente, mostrando come il bambino, che era rimasto in una sorta di limbo buio già nella sequenza appena citata, riesca finalmente ad attraversare la porta - che, si fa immaginare allo spettatore, essere quella dell’Aldilà - proprio a seguito della rappresentazione teatrale dell’Amleto (ispirato a questa vicenda) ed al successivo accenno di distensione emotiva di Agnes, che sembrerebbe segnare l’inizio dell’accettazione del lutto da parte sua: come se questo suo cambiamento interiore consentisse al figlio di non essere più “trattenuto” dal suo dolore e lo “lasciasse andare” alla sua vita ultraterrena. Al di là della risonanza che tali momenti filmici possono avere o meno sullo spettatore in base alle credenze personali di ognuno, la modalità rappresentativa adottata porta il tono dell’opera dall’iniziale “impressionismo” (di cui si è già parlato anche a proposito di altre opere dell’autrice) verso una dimensione estetica - sempre lirica - che, proseguendo il paragone con la pittura, si potrebbe definire “simbolista”.

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