Sequel de Il diavolo veste Prada, il film vede il ritorno nel cast di Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci. Durante la visione - poco interessante, per non dire banale - viene da porsi una domanda molto semplice: perché nel 2026 ci viene riproposto ancora questo tipo di modello lavorativo?
La sensazione è quella di un film già vecchio, che sembra appartenere più nonché e la figura della donna che per affermarsi deve sacrificare tutto ricordano un immaginario aziendale ormai superato, lo stesso che vedevamo in serie come Dallas o in certi film dove ricchezza e status erano l’unico parametro di valore.
A prima vista potrebbe sembrare un film femminista, perché mette al centro donne potenti. Miranda Priestly incarna il potere assoluto in un ambiente competitivo mentre Andy costruisce la propria carriera e ambisce al successo. In apparenza, quindi, si rompe l’idea della donna come figura subordinata.
Ma il problema è proprio qui: il potere viene rappresentato in modo distorto e quasi celebrato nella sua forma più tossica. Miranda è fredda, distante, emotivamente inaccessibile e questo viene normalizzato come se fosse il prezzo inevitabile del successo. Il messaggio implicito è chiaro: per arrivare in alto devi rinunciare a te stessa ma vale la pena.
Il film non mette mai davvero in discussione questo sistema, si limita a mostrarlo come inevitabile. Anche il mondo del lavoro viene raccontato con superficialità inquietante: assistenti trattate come oggetti, orari impossibili, stress continuo, tutto presentato quasi con ironia. È come se fosse normale vivere in ambienti in cui il rispetto umano è secondario rispetto alla produttività.
E qui la domanda diventa inevitabile: perché nel 2026 continuiamo a proporre questo modello proprio mentre i giovani lo stanno rifiutando apertamente?
Oggi sempre più ragazzi e ragazze non misurano il successo solo attraverso lo stipendio o il ruolo aziendale. Preferiscono lavori flessibili, smart working, equilibrio vita-lavoro, ambienti sani. Molti scelgono anche percorsi meno “tradizionali”: freelance, progetti creativi, lavoro da remoto oppure rinunciano a ruoli altamente pagati ma tossici pur di non vivere in contesti distruttivi. Il valore non è più “arrivare in alto a qualsiasi costo” ma vivere in modo sostenibile.
Eppure il film continua a proporre - ed estetizza - l’idea opposta: che la realizzazione passi attraverso sacrificio totale, competizione estrema e annullamento personale, come se non esistessero alternative.
In questo senso il problema non è solo cinematografico ma culturale. Le donne non dovrebbero essere spinte ad accettare un modello lavorativo costruito storicamente in ambienti maschili e già dimostratosi fallimentare sul piano umano e psicologico. Stress cronico, burnout, relazioni distrutte, identità schiacciata dal lavoro: non sono segni di successo ma segnali di un sistema malato.
Emina Bratic
Cara Emina, non ho visto il film ma condivido la tua valutazione . Se oggi si rifiuta una certa impostazione tirannica, attribuendo al percorso lavorativo il ruolo che deve avere ( e non oltre), è corretto così. Ci sarebbe molto da aggiungere. Lo faremo in presenza.
RispondiEliminaGrazie Alelisa, vorrei tanto sentire cosa ne pensano gli altri visto che il film per me è stato molto disturbante. Pensavo che certe dinamiche lavorative, anche se ancora presenti, sono state smascherate e non possono più essere venduti come quelli vincenti.
RispondiEliminaSolo forma (che la tecnologia abilmente sfruttata supporta) ma niente sostanza. I sorrisi sfoderati sui social altro non sono che pubblicità ovvero mera superficie che nasconde ben altro.
EliminaMi trovo d’accordo con l’analisi e, avendo visto il film, credo che non solo viene esaltato un lavoro tossico ma anche finalizzato unicamente al successo personale e mai alle relazioni familiari. A partire da Miranda, che ha affrontato divorzi, oppure nella figura di Emily Charlton, anche lei divorziata, ma la relazione tra Andy Sachs e Peter è la più emblematica non essendo per nulla caratterizzata anzi introdotta nella storia forzatamente. In conclusione nessuno dei personaggi instaura una relazione di tipo affettivo con alcuna persona ma solamente con il proprio lavoro.
RispondiElimina