(contiene spoiler)
Distribuito direttamente su Netflix dal 27 marzo scorso, 53 domeniche fa parte di quelle produzioni concepite per essere viste solo in streaming senza passare per le sale cinematografiche. Cesc Gay - che esordisce nel 1998 ed ha al suo attivo diversi titoli, la maggior parte dei quali mai distribuiti in Italia - traspone per lo schermo la sua omonima opera teatrale del 2020, firmando sceneggiatura e regia.
Girato in soli trenta giorni tra giugno e luglio del 2025, il film si pone dichiaratamente sulla falsariga di covenzioni cinematografiche riconoscibili dallo spettatore, presentandosi subito come una commedia familiare ambientata quasi esclusivamente in interni (e sempre nello stesso appartamento) nonché imperniata su soli quattro personaggi, che presto iniziano a battibeccare ferocemente tra loro. L'impianto teatrale è quindi esplicito e a reggere la durata filmica (peraltro esigua: 79') sono gli attori, tutti celebri in Spagna: Javier Cámara (un Premio Feroz e due Premi Goya), Carmen Machi (Premio Goya), Javier Gutiérrez (due volte vincitore del Goya) e Alexandra Jiménez (vincitrice al Festival del Cinema di Malaga 2018).
La vicenda è incentrata su una riunione familiare - continuamente rimandata e che si svolge alla fine - tra tre fratelli diversissimi tra loro e che non si sopportano, al fine di parlare della gestione del padre ultraottantenne, che inizia a dare segni di scarso equilibrio. Lo spunto è interessante innanzitutto perché focalizza un tema centrale nella società occidentale contemporanea (quello dell'individualismo edonistico e della conseguente solitudine di chi resta ai margini di tale sistema di vita) e poi per la riflessione psicologica che si può trarre sulle difficoltà insite in certe dinamiche familari.
I discorsi tra i fratelli sono quasi sempre inconsitenti nei temi, che vengono di volta in volta utilizzati come pretesti per sfogare sull'altro il risentimento che cova dietro le apparenze e che presto sfocia nel consueto "gioco al massacro" verbale.
Gli attori sono tutti bravi ma il risultato è un po' troppo verboso e ripetitivo, oltre che disturbante nell'insistita cattiveria dei dialoghi, esplicitamente sottolineata dalla sceneggiatura. Inoltre non c'è un personaggio "positivo" con il quale si possa empatizzare, ad esclusione della compagna di uno dei fratelli, che però dichiara il suo attaccamento a quella famiglia squinternata e non sua proprio a causa di un vissuto personale sofferto (ha perso tutti i suoi familiari). Il risultato, dal punto di vista esistenziale, è quindi il disorientamento dello spettatore, che, all'interno della narrazione, si trova privo di punti di riferimento o di modelli costruttivi sui quali poter proiettare un'identificazione "sana". E ciò determina quella sorta di strisciante "nichilismo" implicito in opere come questa, che probabilmente ben fotografa certi aspetti del nostro mondo (con il coraggio di una certa spietatezza e fino alle estreme conseguenze di un finale tragico) ma che non offre vie d'uscita o di salvezza, "chiudendo" il fruitore in un microcosmo filmico claustrofobico e lasciandolo lì per tutta l'ora e un quarto di durata: conseguenza di ciò è che l'impressione che gli resta è soprattutto quella del malessere e della confusione.
Pier
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