17 aprile 2026

FILM in streaming - "Benvenuti...ma non troppo" ("Le Grand Partage") di Alexandra Leclère (Francia 2015)

 L'umanità magmatica di Alexandra Leclère: una satira ferocemente incompiuta

Benvenuti… ma non troppo sviluppa il tema dell’accoglienza ponendo una domanda tanto semplice quanto scomoda: come reagiremmo se fossimo chiamati a mettere a disposizione una parte dei nostri spazi per chi è in difficoltà?

Il film offre una varietà di atteggiamenti ma ciò che emerge con maggiore forza è l’immagine di un’umanità cangiante, quasi magmatica, in cui tutti i personaggi cambiano opinione più volte nel corso della storia. Nessuno resta davvero coerente: convinzioni e principi si piegano facilmente di fronte alla realtà concreta.

Quello che appare come un caleidoscopio di atteggiamenti e sentimenti, apparentemente rappresentativo dell’intera umanità, si rivela invece una galleria di piccole e grandi ipocrisie.

Illuminante, in questo senso, è l’atteggiamento della docente universitaria, che, partendo da ideali di accoglienza, li tradisce per poi, pentita, finire per ostentarli in una sorta di espiazione, arrivando a ospitare diverse decine di sfollati.

Il film mette sotto accusa l’ipocrisia, in particolare quella politica. Si rappresenta una sinistra che, tradendo i propri ideali di solidarietà, finisce per assumere atteggiamenti non troppo diversi da quelli che solitamente critica, fino ad arrivare alla provocatoria affermazione secondo cui destra e sinistra non esistono più. Ma il bersaglio non è solo politico: l'opera ironizza anche sull’ipocrisia dei sentimenti, come dimostra la scelta della madre “recuperata” dalla casa di riposo pur di evitare di ospitare degli estranei.

Tuttavia la critica non affonda mai davvero il colpo. Rimane in superficie, stemperata da un tono leggero che trasforma i personaggi in una sorta di “simpatiche canaglie”. Non mancano momenti in cui la satira emerge con maggiore incisività, come quando la portinaia, unico personaggio che durante il film sfoggia un’ironia graffiante, parlando di uno sfollato accompagnato da un cane, chiede: «Di che razza è? Lo sfollato, non il cane». Sono battute che colpiscono per la loro immediatezza ma restano episodi isolati, incapaci di sostenere fino in fondo una critica più profonda.

È proprio attraverso il personaggio della portinaia che la regista sembra suggerire: “Ho le capacità di fare una satira reale”. Tuttavia questa possibilità resta sospesa e si dissolve nel finale, quando anche lei cade nella melassa dei buoni sentimenti, facendosi le treccine rasta e accompagnandosi a uno dei senzatetto ospitati.

Non mancano prove attoriali all’altezza della situazione: l’intero cast si dimostra solido e credibile nel restituire le contraddizioni dei personaggi. Una menzione particolare va a Josiane Balasko, che interpreta la portinaia con notevole efficacia, riuscendo a darle quell’ironia graffiante che la rende, almeno a tratti, il personaggio più riuscito del film.

Probabilmente la complessità della questione razziale in Francia spinge la regista verso una pennellata più leggera, evitando toni e contrasti troppo marcati. In un paese in cui il dibattito sull’immigrazione è da anni una ferita aperta - e in cui il cinema che ha affrontato il tema con vera incisività (si pensi a L’odio di Mathieu Kassovitz) ha spesso pagato un prezzo in termini di accoglienza e di controversie - la scelta di Leclère di restare sul registro della commedia bonaria appare quasi come una precauzione calcolata. Come se sapesse esattamente fin dove può spingersi e si fermasse un passo prima, consapevolmente.

In sostanza, punta a sfruttare il facile processo di identificazione dello spettatore: mettere in luce le piccole ipocrisie del vivere quotidiano è immediato, accessibile, privo di reale sforzo critico e, soprattutto, senza rischi.

In questo senso, il film finisce per scegliere un bersaglio facile: più che una denuncia incisiva, sembra “sparare sulla Croce Rossa”, limitandosi a una satira riconoscibile ma poco coraggiosa.

Daniele Ciavatti

Barometro del gruppo di confronto sul cinema:🌈🌈🌈

(media 2,7 – 7 votanti)


6 commenti:

  1. Anonimo20/4/26

    molto bella la critica.
    chiarificatrice e oculata.

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    1. Daniele24/4/26

      Cara/o Anonimo, grazie di cuore per il tuo apprezzamento... alla prossima !!

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  2. Emina24/4/26

    "Benvenuti… ma non troppo" prova a presentarsi come una commedia sull’accoglienza e sull’integrazione ma finisce per ottenere l’effetto opposto. Più che mettere in luce i problemi sociali, il film li semplifica e li riduce a una serie di stereotipi, dando l’impressione che non esista una reale possibilità di miglioramento e quindi bisogna accontentarsi.
    La satira risulta debole: invece di smascherare l’ipocrisia, mette sullo stesso piano ogni posizione, dipingendo tutti come inevitabilmente egoisti. Anche chi si professa altruista viene ridicolizzato, svuotando il tema di qualsiasi profondità. E che tristezza questa umanità che ci viene presentata completamente priva di qualunque tipo di empatia e chiusa nei suoi mondi di comfort e solitudine. Emblematici, in questo senso, sono episodi come quello della madre che dimentica la bambina in casa o la famiglia che riporta la nonna all’ospizio: due situazioni diverse che diventano la stessa immagine di fondo, cioè l’incapacità di prendersi davvero cura degli altri.
    La rappresentazione degli immigrati è particolarmente problematica, costruita su cliché già visti: rumorosi, maleducati, interessati solo al denaro o inclini alla disonestà (salvo la giovane e carina infermiera del ultimo piano!). Questo approccio non solo manca di originalità ma rischia di rafforzare pregiudizi già diffusi.
    Nel complesso, un film che risulta un tentativo di mettere tutto sullo stesso piano e assolvere le coscienze “sporche” degli occidentali (tanto chiunque al loro posto avrebbe fatto la stessa cosa) e che, su un tema delicato come quello dell’accoglienza, finisce per essere piu dannoso che edificante.

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  3. Ciao a tutti, come potete immaginare non condivido né la recensione di Daniele né il commento di Emina. "Le grand partage" è un film semplice, una commedia farsesca che, nel disegno dei personaggi, adotta la tipizzazione piuttosto che l'approfondimento psicologico, mentre nelle dinamiche relazionali e nell'affresco d'insieme che ne scaturisce, imbocca volutamente la strada della semplificazione grottesca e caricaturale. Non è un film realistico e neanche un capolavoro, i suoi limiti sono evidenti. Ma questo è un sito che si occupa di critica esistenziale quindi la valutazione intreccia due approcci: oltre al valore espressivo del film si tiene presente quanto possa aiutarci a vivere meglio. E in tal senso l'opera della Leclere è riuscita: come commedia è ben scritta e diretta, fa ridere, ha un ritmo scorrevole...e, al contempo, ci mette di fronte a noi stessi, ai nostri limiti ed alle nostre potenziali ipocrisie, facendoci riflettere con il sorriso e attraverso la leggerezza. Si presta molto bene ad uno spazio come un cineforum, dove il facilitatore può guidare i partecipanti in tal senso; probabilmente in una visione individuale può risultare meno interessante.

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    1. Emina26/4/26

      Sono d’accordo che è una commedia piacevole e ben recitata, che fa sorridere mettendo in luce i nostri egoismi. Però nel trattare il tema dell’accoglienza finisce per semplificare troppo, dando l’idea di un problema senza soluzione e di conseguenza ci assolve tutti.

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  4. Daniele24/4/26

    Trovo molto stimolanti sia le riflessioni di Emina che quelle di Pier, ma continuo a pensare che la pecca sostanziale del film risieda proprio nel modo in cui cerca di attivare il processo di identificazione tra spettatore e personaggi.

    Per rendere possibile questa identificazione senza respingere il pubblico, la regista sceglie una satira smussata, leggera e volutamente superficiale. In sostanza, il film sembra dirci: “Sei così, ma non preoccuparti, si tratta solo di piccoli difetti”.

    Questo approccio, da un lato, è rassicurante: consola lo spettatore e gli permette di riconoscersi senza sentirsi davvero messo in discussione. Dall’altro, però, proprio per questo, non produce alcun autentico stimolo al cambiamento.

    Il punto centrale allora diventa un altro: dal punto di vista esistenziale, è più utile un atteggiamento di accettazione passiva dei propri limiti oppure uno stimolo forte verso il loro superamento?

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