18 maggio 2026

FILM in streaming - "The Matrix" di Lilly e Lana Wachowski (USA 1999)

 La seduzione del complotto.

Una domanda assale lo spettatore guardando The Matrix: come può un film tutto sommato non privo di superficialità essere entrato così profondamente nell’immaginario collettivo, fino a diventare uno dei simboli culturali della fine del Novecento?

La prima risposta sembra risiedere nella sua estetica. Il film introduce un linguaggio visivo innovativo: ralenti estremi, accelerazioni improvvise, coreografie ispirate al cinema orientale, una fotografia fredda e artificiale capace di creare un’immediata suggestione visiva. Tuttavia, proprio questa ricerca estetizzante mostra anche i suoi limiti. Molti elementi appaiono poco credibili o persino involontariamente caricaturali: gli onnipresenti occhiali scuri, che fanno pensare di avere a che fare con una comunità di non vedenti, i lunghi cappotti neri o il vestito in latex di Trinity, che sembra essere ricavato da un sacco della spazzatura.

La seconda possibile risposta è nella sua capacità di rappresentare un mondo a sé stante, con i suoi equilibri e le sue regole. Eppure anche in questo caso la superficialità della rappresentazione lascia perplesso chi guarda. Al contrario di altri film che hanno tentato la stessa operazione, The Matrix sembra mancare del genio visionario mostrato in Dune da David Lynch o della capacità di rappresentare un mondo complesso come ha magistralmente fatto Peter Jackson ne Il Signore degli Anelli.

Certo, il confronto è in parte asimmetrico, poiché quei film adattano universi letterari costruiti nel corso di migliaia di pagine, mentre The Matrix deve inventare la propria mitologia in poco più di due ore di sceneggiatura originale. Eppure proprio questa relativa semplicità, se da un lato può essere vista come un difetto, dall’altro contribuisce in maniera determinante alla sua forza simbolica: il mondo immaginato dalle Wachowski non possiede la complessità antropologica di Tolkien né la stratificazione politico-religiosa di Frank Herbert ma costruisce una metafora immediata, facilmente assimilabile dall’immaginario contemporaneo.

La vera forza del film sembra allora trovarsi altrove: nella rappresentazione del complotto assoluto. The Matrix porta all’estremo una paura profondamente moderna, quella che la realtà visibile sia in realtà una menzogna costruita da poteri occulti. Le macchine governate dall’intelligenza artificiale diventano così la metafora di un mondo manipolato, in cui nulla è davvero come appare.

È proprio questo elemento ad aver reso il film così influente. The Matrix intercetta un nervo scoperto della società contemporanea: la crescente tendenza a interpretare gli eventi attraverso schemi complottistici. Dal negazionismo sul Covid-19 alla teoria della «sostituzione etnica», che ipotizza un piano deliberato delle élite per rimpiazzare la popolazione europea con flussi migratori, dalle scie chimiche fino a QAnon, il movimento nato sul web che immagina il mondo governato da una setta segreta di pedofili satanisti, il sospetto verso una verità nascosta è diventato uno dei tratti culturali più caratteristici del nostro tempo.

A questo punto la questione diventa filosofica: come è possibile che una società fondata sulla tecnologia e sui risultati della scienza produca al tempo stesso una così diffusa sfiducia nella razionalità?

Una possibile risposta è che l’Occidente abbia progressivamente separato il sapere scientifico da quello umanistico e spirituale. Nel mondo greco antico, figure come Democrito concepivano il sapere come un’unità: natura, uomo e cosmo appartenevano allo stesso orizzonte conoscitivo. Con il tempo questa unità si è spezzata attraverso un preciso processo storico. Fino al Rinascimento il Cristianesimo, pur prospettando la dicotomia tra spirito e materia, era rimasto all'interno dei limiti della cultura greca, sforzandosi di ricomporre la fede e la spiegazione del cosmo in un sistema filosofico unitario. La frattura drammatica si consuma con la nascita della modernità, l’avvento di Galileo e l’introduzione del metodo scientifico sperimentale. Percepita dalle autorità religiose come un nemico da contrastare, la nuova scienza provoca come reazione la rescissione di quel legame, portando alla negazione completa dell’unitarietà del pensiero. Da quel momento, l'Occidente ha separato irrevocabilmente ciò che appartiene alla ragione scientifica da ciò che riguarda il significato spirituale ed esistenziale, il corpo dall'anima, il materiale dall'immateriale.

Esistono naturalmente eccezioni importanti, come un fiume carsico che in alcuni momenti si evidenzia con personalità di grande spessore. Giacomo Leopardi mantenne uno sguardo lucidamente materialista pur affrontando temi esistenziali, mentre Pier Paolo Pasolini unì critica sociale, politica e antropologica senza rinunciare alla razionalità. Ancora più emblematico è il caso di Baruch Spinoza, che nella sua “Ethica ordine geometrico demonstrata” tenta di applicare il rigore logico della geometria persino alla metafisica e a Dio, immaginando la struttura dell'universo e della morale come una sorta di teoria assiomatica.

In Italia questa separazione tra cultura scientifica e umanistica è stata accentuata anche dal sistema scolastico novecentesco influenzato dalla riforma Gentile, che ha privilegiato la formazione idealistica e letteraria rispetto a quella scientifica. Il risultato, che paghiamo tutt’oggi, è stata la formazione di generazioni spesso prive della capacità di leggere la realtà attraverso strumenti logici e razionali condivisi.

È in questa frattura che si inserisce The Matrix. Il film non prende realmente posizione: si limita a rappresentare il sospetto contemporaneo. Tuttavia lo fa in modo seducente, quasi complice. E proprio questa ambiguità porta lo spettatore a pensare che, dopotutto, certe teorie complottistiche forse non siano del tutto campate in aria.

Daniele Ciavatti

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