(contiene spoiler)
Se il male è banale, come Hannah Arendt ci insegna, è in ogni dove.
Anche nelle trame di chi, avendo subito le atrocità della guerra, presenta il conto al suo oppressore.
Ed è in questo che il film, restituendoci un pezzo di storia, colpisce e punta il dito dritto allo spettatore che non molla lo schermo nemmeno per un attimo.
Ancora a distanza troppo ravvicinata da quelle atrocità, i superstiti, con il potere riconquistato, si vendicano del sangue versato, che non vogliono - nè potrebbero - dimenticare.
Ma non è del tutto impossibile liberarsi dalla sabbia mobile delle proprie comprensibili prigioni interiori, anche per chi ha patito l'assurdo dolore di un conflitto mondiale.
Ed è così che il Sergente Carl Rasmuken coglie, con il tempo, negli occhi del giovane nemico la sua umanità di uomo, risvegliandosi dal pantano del letargo mentre tutto intorno a lui pare restare immobilizzato nella reiterazione condizionata da quell'orrore.
Il film riesce a centrare il cambio di prospettiva del duro Sergente Carl grazie a riprese ben calibrate rette da una sceneggiatura solida e da attori tutti convincenti.
Caparbio e risoluto, Carl espone sè stesso al rischio, pronto a subirne le conseguenze davanti a chi quel male così banale non intende mollarlo.
Il film ci congeda con uno sguardo aperto a nuove possibilità, al riscatto verso una nuova vita, fatta di diritti e libertà, ovvero di futuro, quello diventato poi nostro ma che stiamo purtroppo dimenticando (o già abbandonando?).
AleLisa
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