"Gli dèi parlano in modi che molto spesso non riusciamo a comprendere". Ci sono autori che, invece, hanno il dono di veicolare messaggi, mostrare potenza e profondità con una naturalezza che rende lo spettatore attonito. A tre anni dal pluripremiato Oppenheimer, Christopher Nolan torna quindi sul grande schermo proponendoci il suo personale adattamento dell’Odissea, il celeberrimo poema epico attribuito a Omero, che più volte ha ispirato opere cinematografiche e non solo.
Il nuovo film di Nolan, forse il più ambizioso e sicuramente il più costoso del regista londinese (si parla di un budget di oltre 250 milioni di dollari), arriva nel nostro paese a tentare di rinfrescare una torrida estate con la forza stilistica che lo contraddistingue. Non solo ce la fa ma dà allo spettatore quella sensazione di brezza marina costante, quell’odore di salsedine che penetra nei polmoni e quella luce calda ma non invadente che illumina il percorso quotidiano. In linea con il fine ultimo delle peripezie del protagonista del poema omerico, l’Odissea di Nolan rappresenta il porto sicuro dove approdare, riconciliarsi con la propria esistenza e pianificare il futuro con la consapevolezza delle esperienze maturate durante il percorso. È un’opera potente, riuscita, maestosa: come il cavallo di legno semi-sommerso (e realmente presente sul set a grandezza naturale) che campeggia sullo schermo e che è destinato a rimanere a lungo nell’immaginario cinematografico collettivo.
La storia dell’Odissea è abbastanza chiara e conosciuta: racconta le avventure di Ulisse che cerca di tornare a casa dalla sua amata moglie Penelope e dal figlio Telemaco, dopo la guerra di Troia. Ma Nolan va oltre, col suo ritmo serrato e il montaggio eccelso che gioca continuamente con fabula e intreccio, mostrandoci gli eventi tra flashback e flashforward in una linea temporale architettata e presentata magistralmente. L’Ulisse del regista inglese (interpretato da un ispiratissimo Matt Damon) è un uomo che cerca di ritrovare il suo sé, la sua identità, le sue radici. E in questo, citando sé stesso, Nolan strizza l’occhio a Memento.
Ulisse è un uomo astuto (col dono della metis, ossia un tipo di intelligenza strategica e pratica), un condottiero, un eroe. Ma nel film di Nolan l’umanità del protagonista trasuda da ogni frame della pellicola. Ed è qui che Nolan fa il grande salto di qualità. Ulisse è un uomo e lo vediamo alle prese con i fantasmi della sua psiche. Sono tanti i frammenti che ci mostrano Ulisse in lacrime e disperato durante l’assalto alla città di Troia: lì assiste alla decapitazione di una sacerdotessa del tempio di Atena e alla distruzione della statua della dea. Nella sua mente la sacerdotessa uccisa, per traslazione, diventa Atena stessa (interpretata da Zendaya) e lo accompagna per tutto l’arco del suo viaggio come visione a volte ossessiva, a volte confortante. Ulisse è affetto da un vero e proprio disturbo da stress post traumatico (un po’ come il protagonista di Dunkirk) ed è consapevole che con la vincente strategia del cavallo di legno ha infranto la legge di Zeus (che si basa sul sacro codice greco di xenia, che imponeva di accogliere viandanti e ospiti col massimo rispetto, pena l’ira degli dei), condannando il suo popolo e non solo a un destino di morte e distruzione. È qui che Ulisse si lega indissolubilmente alla figura di Oppenheimer: il cavallo di Troia è una bomba atomica ante litteram, un’arma di distruzione di massa destinata a cambiare le sorti dell’umanità ed entrambi gli "autori" sono consapevoli che da lì in poi non si tornerà più indietro.
Con l’Odissea Nolan mette al centro quindi l’uomo, con tutte le sue sfaccettature e fragilità, nonché il potere della narrazione: le gesta vengono cantate, raccontate, immaginate; assumono la prospettiva di chi le descrive e ogni approccio permette di coglierne lati diversi. Poi c’è l’uomo, con la sua psiche, che mostra ciò che non viene narrato dagli altri perché ad essi inaccessibile e lo mostra con una carica emotiva ben riuscita, capace di lasciare attoniti per l’energia con cui viene veicolata. Ulisse alla fine si confronta con i suoi limiti, con i suoi traumi e con le conseguenze delle sue scelte. Ma si confronta anche con tutto ciò che è stato detto in sua assenza, rendendosi conto che il nemico invisibile che per tutto il film viene visto come spauracchio, ossia "i popoli del mare" sono in realtà gli Achei stessi comandati da lui e che partirono da Itaca venti anni prima. La narrazione, in questo modo, spezza il legame con le credenze popolari proprio nel momento in cui raggiunge la sua circolarità e un Ulisse ormai maturo nonché consapevole parte verso Occidente per omaggiare tutti i soldati caduti in battaglia al suo fianco.
L’elemento che però rende probabilmente l’Odissea di Nolan una pietra miliare è la scelta della colonna sonora e, soprattutto, il montaggio sonoro. Esso, infatti, dà al film un ritmo incredibilmente scorrevole e la musica, ora epica ora struggente, penetra nel petto dello spettatore con una potenza inaudita, dandogli l’impressione di vivere esattamente le stesse sensazioni dei protagonisti. Emblematica, a tal proposito, la scena del canto delle sirene, in cui Nolan decide di fornirci la prospettiva non di Ulisse (che chiede di non farsi tappare le orecchie con la cera e di essere legato all’albero maestro per evitare la tentazione di raggiungere le sirene) ma dei suoi uomini. L’effetto è straordinario: lo spettatore vive l'episodio con un sonoro ovattato e le urla di disperazione di Ulisse non vengono ascoltate ma soltanto osservate. Lo strazio di Ulisse è comunque intenso e rappresenta un altro tassello di quella umanità frammentata che Nolan vuole mostrarci.
A livello tecnico e artistico, l’Odissea di Christipher Nolan è destinata a lasciare traccia nella storia del cinema: l’eccellente cast (tra cui citiamo anche Anne Hathaway nel ruolo di Penelope, Tom Holland nei panni di Telemaco, Robert Pattinson che interpreta Antinoo e Charlize Theron nelle vesti della bellissima Calipso) conferisce un valore aggiunto notevole alla cifra stilistica dell’opera. È però sul piano della realizzazione tecnica che il regista fa un passo avanti, decidendo innanzitutto di girare interamente in formato IMAX 70mm. Si tratta del primo film in assoluto ad essere girato così e questa scelta ha comportato dei problemi che la troupe ha dovuto superare: lo scorrere della pellicola genera infatti un fastidioso ticchettio che rende difficoltosa la presa diretta dei dialoghi. Per questo Nolan e la sua troupe hanno realizzato una custodia di metallo (chiamata blimp) per attutire il suono e non inficiare la qualità della ripresa. Data l’imponenza della macchina da presa sono serviti sei uomini per manovrarla ed è stato realizzato un accuratissimo sistema di specchi per permettere agli attori di guardarsi negli occhi evitando l’ingombro dell’apparecchiatura. Inoltre tale modalità consente di effettuare riprese di non più di tre minuti continuativi, rendendo il lavoro dietro le quinte ancora più complesso e articolato. Se parliamo invece di effetti speciali è bene menzionare che Polifemo, il famoso ciclope, non è stato realizzato in CGI ma è un animatronic di 6 metri realizzato appositamente per la pellicola; così, come già anticipato in precedenza, il cavallo di legno è stato realizzato su misura e spostato a mano veramente, come si vede nel film.
Christopher Nolan, con l’Odissea, ha regalato al cinema un nuovo standard, un’esperienza che è destinata a rimanere impressa e a essere rievocata nel tempo. Lo stile del regista rimane inalterato, adattandosi magnificamente anche al contesto epico nel film che, paradossalmente, ha forse la componente più umana di tutte le sue pellicole. Ed è carico di umanità il messaggio che lascia il regista con la già celebre frase presente nel film: "Non cercare gli dèi negli uomini, resterai deluso".
Marco Aurelio Lorusso
Grazie Marco. Sono molto curiosa di vedere il film e la tua ottima recensione è un invito ad andare al più presto al cinema!
RispondiEliminaGrazie Marco, il film lo visto e sono rimasta molto delusa anche se la tua spiegazione me lo rende più interessante. . Dopo calato il sipario sulla Odissea di Nolan. Io e la mia amica ci siamo guardate e all’unisono abbiamo detto:” La solita roba da maschi.”
RispondiEliminaNon sto parlando della complessità della trama o del percorso di introspezione di Ulisse: quelle ci sono eccome. Il problema, per me, è un altro. È inaccettabile che nel 2026 si realizzi un kolossal che continui a parlare quasi esclusivamente agli uomini. Nolan riesce nella ardua impresa di rendere l’Odissea un testo ancora più misogino di quanto il testo originale già non sia.
Ancora una volta ci troviamo davanti alla solita epopea dell’eroe maschile, in cui le donne esistono solo in funzione del suo percorso e non come soggetti autonomi. È un film che, da spettatrice, mi lascia fuori. E proprio per questo lo considero sessista: non perché mostri uomini forti o racconti la guerra, ma perché non concede alle donne uno spazio narrativo che vada oltre il ruolo di supporto.
I personaggi femminili sembrano modellati attorno ai bisogni del protagonista: Calipso diventa la figura che lo accoglie e lo comprende quasi come una terapeuta; Penelope resta confinata nell’attesa domestica; Circe, che avrebbe potuto essere un personaggio complesso e potente, viene liquidata in poche scene; di Elena, poi, resta ben poco. Nessuna di loro possiede davvero una propria traiettoria.
Per tutta la durata del film ho avuto la sensazione di osservare il mondo attraverso uno sguardo esclusivamente maschile, concentrato su temi come guerra, violenza, onore e vendetta. Temi legittimi, certo, ma raccontati ancora una volta come se fossero gli unici degni di un grande racconto epico.
Il film è indubbiamente realizzato con maestria. Si percepisce l’ambizione di creare un’opera monumentale e destinata a restare. Ma, per quanto mi riguarda, rimane l’ennesima storia di uomini che parlano ad altri uomini, mentre le donne continuano a orbitare ai margini del racconto.
Ed è proprio questo che, nel 2026, trovo difficile accettare.
Il commento di Emina sollecita ulteriormente la mia curiosità.
EliminaIl suo punto di vista è alquanto stimolante .
Ed è vero.
L'attenzione alle donne è mera superficie.
Un bluff; il ruolo dominante resta esclusivamente quello dell'uomo.
Ciao Marco, non ho ancora visto "Odissea" di Nolan sia perché d'estate preferisco vedere i film all'aperto piuttosto che al chiuso sia perché non sono particolarmente incline a seguire le mode social-mediatiche (ancorché cinematografiche) e le conseguenti resse di spettatori nelle sale.
RispondiEliminaIl film comunque mi interessa e ho intenzione di vederlo prima o poi così da poter anche eventualmente esprimere la mia opinione in merito. Intanto posso dire che trovo la tua recensione molto interessante e ben scritta .
"Odissea" di Nolan: autopsia della civiltà occidentale.
RispondiEliminaHo visto "Odissea" di Nolan e credo che molti non abbiano colto il punto: non è un adattamento del mito, è la sua autopsia. Nolan destruttura Omero per parlare dell’Occidente di oggi - violento, autoreferenziale, decaduto.
“Abbiamo avuto paura del nemico ma il nemico eravamo noi.”
Polifemo non è un mostro: è un essere fragile, quasi autistico.
I villaggi neutrali vengono aggrediti per paura.
Il re dei re, tolta la corazza, rivela solo debolezza.
Ogni episodio dell’"Odissea" diventa un referto della nostra colpa.
Nolan fonde Omero, Dante e Joyce in un flusso di coscienza che smonta l’eroe e mostra ciò che resta: una civiltà che non sa più raccontarsi, come quella achea al tramonto.
Come in "Interstellar", dove la attuale catastrofe ecologica era una profezia, qui la catastrofe è morale.
Il viaggio non è un ritorno: è un esame di coscienza.
Non è epica: è autopsia dell’Occidente.
Ho visto il film qualche giorno fa è per me è stato abbastanza deludente. Non avevo fretta di andare a vederlo anche perché me lo aspettavo proprio così. Già scegliere di misurarsi con l'Odissea nel 2026 mi faceva chiedere: cosa ci potrà offrire Nolan proponendoci una storia così conosciuta, già adattata tante altre volte? Di seguito la recensione.
RispondiElimina"Odissea" di Nolan è una versione aggiornata ai tempi del poema omerico, che da una parte cerca di restituire il mito in versione neo-"ingenua" in senso schilleriano e, dall'altra, lo ripropone in modalità cripto-revisionista, intrisa di psicologismo e di allusioni alle responsabilità occidentali nei confronti di altri popoli.
Seppur indubbiamente ben scritto, diretto e interpretato, il film non trova una strada verso l'originalità che ha contraddistinto altro cinema del regista britannico. La lettura che fa di Omero può essere interessante ma tutto sommato risulta abbastanza prevedibile nel 2026. E, soprattutto, non viene veicolata attraverso una forma espressiva capace di coinvolgere intensamente lo spettatore né tantomento di soprenderlo: scenografie, costumi, fotografia, messinscena, musica ecc... tutto ben fatto ma che lascia in sottofondo un'impressione di già visto.
Eppure Nolan è stato uno dei pochi registi di blockbuster hollywoodiani capaci proprio di sorprendere lo spettatore, soprattutto con quella che può essere considerata una tetralogia accomunata dal virtuosismo sulle combinazioni spazio-temporali ("Inception" del 2010, "Interstellar" del 2014, "Dunkirk" del 2017 e "Tenet" del 2020), dove probabilmente ha raggiunto i suoi risultati più alti. Dopo il 2020 la sua potenzialità creativa non si è più espressa a quei livelli, né con "Oppenheimer" (dove ha ripiegato sul biopic sempre eccellentemente realizzato ma troppo memore dello stile di Oliver Stone in film analogamente biografici come "JFK" o "Nixon") né con questa "Odissea".
Odissea: Ulisse e la legge di Zeus
RispondiEliminaIl film di Christopher Nolan sembra costruirsi attorno a una prescrizione antichissima: non violare la legge di Zeus, la xenia, che impone di trattare l'ospite come vorremmo essere trattati noi stessi, con la consapevolezza che dietro uno straniero potrebbe celarsi un dio sotto mentite spoglie.
È una legge sacra. Chi la infrange non va incontro soltanto alla punizione degli dèi ma anche alla condanna e al ludibrio degli uomini.
Per tutta la durata del film questa legge sembra accompagnarsi a un'altra ossessione, apparentemente di natura politica: ogni terra deve avere un re e un esercito, perché prima o poi arriveranno i «popoli del mare». Popoli sconosciuti, di cui nessuno sembra avere una conoscenza diretta ma che tutti temono. Attaccano, razziano, uccidono e, soprattutto, non rispettano la legge di Zeus. Ne parlano Penelope, Menelao e Agamennone: la minaccia finisce per assumere una consistenza quasi materiale, anche se nessuno li ha mai realmente visti.
Ma chi sono i «popoli del mare»? È una domanda che risuona in tutto il film.
Nel finale è Ulisse, nel dialogo con Penelope, a rispondere al quesito.
In più occasioni Ulisse racconta ciò che è accaduto a Troia. Ma ogni volta il suo racconto si interrompe prima che l'esercito di Agamennone entri nella città. Vediamo soltanto l'apertura delle porte e, immobile sulla soglia, la figura nera e statuaria di Agamennone.
Nell'ultima sequenza, invece, quelle porte si aprono completamente.
Dietro Agamennone irrompono le orde urlanti dei soldati.
E Ulisse rivive ciò che è accaduto: le uccisioni, il fuoco, la violenza, la furia accumulata durante dieci anni di guerra, di attesa e di decomposizione morale sulla spiaggia di Troia.
Il gesto che riassume l'orrore è la decapitazione simultanea di una ragazza e della statua di Atena, che da quel momento prenderà il volto della ragazza uccisa nella mente di Ulisse.
Ulisse riflette e racconta a Penelope che a Troia è stata infranta la legge di Zeus. Il cavallo era stato presentato come un dono di pace e i Troiani, considerandolo tale, lo avevano portato dentro le mura della città.
E Ulisse svela il mistero: i «popoli del mare» sono loro.
Sono gli Achei. Sono le loro gesta violente a essere diventate racconti che, nei dieci anni successivi, hanno raggiunto tutti i Greci.
Gli stessi che credono nella sacralità della legge di Zeus l'hanno calpestata.
Il cavallo di legno, simbolo della scaltrezza di Ulisse, si trasforma così nel suo peccato originale. Il dono trasformato in arma annulla la linea di demarcazione tra civiltà e barbarie.
(continua nel post successivo)
(prosegue dal post precedente)
RispondiEliminaA questo punto anche una domanda che ritorna più volte nel film acquista un significato completamente diverso. Calipso e altri personaggi chiedono a Ulisse: «Volevi davvero tornare a casa?», mettendo in dubbio la sua effettiva volontà.
La domanda, inizialmente, sembra riguardare il desiderio di Ulisse di tornare a Itaca, da Penelope e Telemaco.
Ma forse Ulisse non poteva e non voleva tornare.
Non semplicemente perché il destino lo costringeva a vagare per il mare ma perché non si sentiva più degno di tornare: quello che aveva fatto glielo impediva.
L'inganno del cavallo lo ha marchiato irrimediabilmente, facendolo diventare un reietto per gli dèi e per gli uomini.
E allora il suo non è più un viaggio verso casa, ma piuttosto verso il riscatto.
Anche la strage dei Proci assume un significato diverso.
Ulisse la compie da solo. Chiede a Telemaco e a Eumeo soltanto di nascondere le armi e chiudere le porte. A Telemaco dice: «Tu non puoi partecipare. Tu sei il futuro re di Itaca e non puoi infrangere la xenia, la legge sacra di Zeus. Lo farò io.»
Ulisse si fa «carico del male», un tema caro a Nolan, dai tempi del Cavaliere Oscuro, per evitare che il figlio si macchi delle sue stesse colpe, isolando il virus della violenza su di sé.
È un passaggio fondamentale, perché Ulisse non considera la strage semplicemente una vendetta personale. La colloca dentro un dovere morale che sente verso i compagni di viaggio morti e, quindi, verso le loro famiglie e verso il proprio popolo. I Proci hanno occupato la sua casa, divorato le ricchezze di Itaca e violato l'ordine che protegge la comunità. Ma Ulisse comprende che anche questa violenza, per quanto necessaria, ha un prezzo per chi decide di compierla.
E qui torna la profezia di Tiresia.
Dopo aver cacciato i Proci, Ulisse non potrà finalmente fermarsi a Itaca e considerare concluso il suo viaggio. Sarà costretto dalla sua colpa a partire nuovamente, dirigersi verso occidente, allontanarsi ancora una volta dalla propria casa, finché non arriverà in una terra dove nessuno conosce il mare e non riconoscerà il remo che porta con sé.
È lì che dovrà compiere il sacrificio in onore dei compagni morti.
Il ritorno a Itaca, dunque, non è la conclusione del viaggio.
Nolan, però, non si ferma al mito. Racconta una civiltà che ha paura dell'altro perché lo considera barbaro, appartenente a un mondo inferiore al proprio, senza accorgersi di aver tradito per prima i fondamenti su cui quella superiorità si reggeva.
Sembra affermare che, nel rapporto con gli altri popoli, ci sono cose che non si possono fare. E non si possono fare non perché lo stabilisca una convenzione o perché qualcuno ce lo imponga ma perché sono moralmente ingiustificabili: infrangono una legge che, per chi crede, è divina e, per chi non crede, è semplicemente umana.
Ed è qui che la domanda posta a Ulisse per tutto il film, «Volevi davvero tornare a casa?», smette di riguardare soltanto lui.
Perché la domanda non è più:
«Riuscirà Ulisse a tornare a casa?».
La domanda diventa:
«Può tornare a casa un uomo che non si sente più degno di essere accolto?».