(contiene spoiler)
Prendiamo come riferimento di comodo La ragazza con l'orecchino di perla (Girl with a Pearl Earring) di Peter Webber (UK/Lussemburgo 2003), tratto dal libro omonimo del 1999 di Tracy Chevalier, per delineare un particolare filone cinematografico contemporaneo, che si inserisce all'interno del genere storico e presenta le seguenti caratteristiche: 1) ambientazione (ovviamente) storica, 2) un esponente del mondo della cultura (principalmente un artista, realmente esistito o immaginario) in funzione di co-protagonista, 3) un altro personaggio (di solito immaginario e nel ruolo di protagonista) che si confronta col primo 4) dall'incontro tra i due si sviluppa un rapporto ispirante per uno dei due o per entrambi dal punto di vista culturale.
Il film di Michieletto (già affermato regista teatrale ed esordiente al cinema nel 2021 con Gianni Schicchi, ora alla sua seconda prova) si colloca all'interno di questo filone, adottando quindi una convenzione narrativa che può essere riconosciuta immediatamente in modo subliminale dallo spettatore. La vicenda, tratta dal romanzo Stabat Mater (2008, vincitore del premio Strega l'anno successivo) di Tiziano Scarpa, è ambientata in un orfanotrofio di Venezia agli inizi del '700; la protagonista è una giovane orfana dal carattere forte e particolarmente dotata per la musica; l'incontro con Antonio Vivaldi, chiamato a ricoprire il ruolo di maestro di musica nell'orfanotrofio, sarà determinante per entrambi sotto il profilo dell'ispirazione artistica.
Ricercato e suggestivo nell'approccio figurativo, che alterna interni spesso bui a esterni in una Venezia brumosa e cupa (merito della fotografia di Daria D'Antonio), Primavera adotta una modalità di racconto (la sceneggiatura è del regista e di Ludovica Rampoldi) dai tempi discretamente dilatati seppur comunque avvincente per il disegno dei personaggi, l'avvicendamento di descrizioni corali e d'ambiente con scene espressivamente più incisive, la periodica sospensione della narrazione in favore dei momenti musicali, diretti con un piglio registico che riesce a contrappuntare con le immagini quelle parti del film che privilegiano l'aspetto uditivo rispetto a quello visivo.
L'incontro tra Vivaldi (un Michele Riondino dall'aria sofferta) e la giovane protagonista (un'intensa Tecla Insolia) determina una reciproca attrazione che non si traduce in una liason sessual-sentimentale ma in una ispirazione creativa tale da indurre lui a scrivere dei capolavori e lei a prendere coscienza di se stessa attraverso il rifiuto del matrimonio inizialmente per dedicare la propria vita alla musica all'interno dell'orfanotrofio e poi per fuggire verso una non precisata (il finale resta aperto) nuova vita indipendente ed autodeterminata.
Il messaggio che si evince dal film risulta quindi coincidente con un'altra convenzione che ricorre in altre opere del filone sopra richiamato: trasporre in altre epoche storiche una visione della vita tipica del contesto occidentale postmoderno, quella dell'affermazione individuale in termini di libertà e creatività. Dal punto di vista esistenziale il tema offre spunti costruttivi nel rappresentare una condizione di oppressione e poi di riscatto rispetto ad una dimensione sociale osservata in modo critico (come dimostrato, più che dalle figure del capo dell'orfanotrofio e del re di Danimarca, che quasi non si discostano dalla macchietta, dal personaggio di Sanfermo, interpretato da un'inquietante Accorsi). Sotto il profilo espressivo il risultato è discreto (all'interno di convenzioni ma con una sua originalità), nonostante qualche perplessità relativamente all'epilogo, che, rispetto al contesto rappresentato, può risultare ben poco realistico.
Pier
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