31 ottobre 2025

FILM in home video - "Celle que vous croyez" (traduzione letterale: "Quello in cui credi", titolo italiano: "Il mio profilo migliore") di Safy Nebbou (Francia/Belgio 2019)

Psicoanalisi del dolore e regressione nell’età adulta

(contiene spoiler)

Il mio profilo migliore (Celle que vous croyez) di Safy Nebbou (Francia 2019) offre una rappresentazione di grande finezza e complessità della psicoanalisi del dolore.
La prima parte dell’opera mette in scena una donna cinquantenne, interpretata da una sensuale e inquieta Juliette Binoche, che si comporta come un’adolescente. La protagonista dimentica le responsabilità proprie dell’età adulta - in particolare quelle verso i figli - e si abbandona a un mondo sentimentale immaturo, fatto di amori idealizzati e di infatuazioni giovanili.
Questa regressione è resa con precisione quasi perturbante dall’interpretazione della Binoche: il suo personaggio appare urticante, perché poche cose risultano più disturbanti di un’essere umano adulto che assume le movenze e le pose di un ragazzo. La protagonista non solo si finge ventiquattrenne per sedurre un amante virtuale ma ne imita anche il linguaggio, le esitazioni e i gesti, riproducendo un modello adolescenziale che appare insieme ingenuo, ridicolo e tragicamente grottesco.
Altri film affrontano il tema. In The Lobster di Yorgos Lanthimos (Grecia, Regno Unito, Irlanda, Paesi Bassi, Francia, Stati Uniti d'America 2015) i personaggi sono costretti a trovare un partner per evitare la trasformazione in animali, una metafora della disumanizzazione causata dalla solitudine. Ma mentre nel film di Lanthimos la regressione è imposta da una società distopica che punisce la solitudine e si identifica con il ritorno ad uno stato animale, in Il mio profilo migliore è una scelta interiore, una strategia inconscia per negare il dolore. Entrambi i film, però, mostrano come la menzogna - che sia la finzione di un amore forzato o l’invenzione di un’identità virtuale - porti inevitabilmente all’autodistruzione.
La chiave di lettura psicologica emerge solo in seguito. La donna è stata abbandonata dal marito per una ragazza più giovane, precisamente per la nipote, proprio di ventiquattro anni. Tale elemento biografico chiarisce la natura della sua regressione: un tentativo di negare il dolore dell’abbandono assumendo l’identità della rivale, quasi a riappropriarsi simbolicamente dell’amore perduto. Non è un caso che il nome scelto per il profilo virtuale e la fotografia utilizzata coincidano con quelli della nipote. Il gesto rappresenta una vera e propria fuga dall’angoscia, una strategia inconscia di difesa dal trauma.
Come osservava Sigmund Freud la regressione costituisce una delle forme fondamentali del meccanismo difensivo dell’Io: il soggetto, travolto da un dolore intollerabile, tende a rifugiarsi in uno stadio psichico precedente, in cui il conflitto non esisteva ancora. In questa prospettiva la protagonista di Nebbou sembra riattivare un tempo psichico sospeso, rifugiandosi nella giovinezza come spazio protetto dall’angoscia della perdita.
Attraverso la costruzione di una vita parallela la protagonista tenta di sospendere la realtà e di rifugiarsi in un’età idealizzata come più felice. Tuttavia, quando la menzogna porta alla tragedia - il suicidio dell’amante virtuale - la donna, incapace di affrontare il senso di colpa, si rifugia in un’ulteriore elaborazione immaginaria. Scrive infatti un’altra storia possibile, in cui non si finge più giovane ma si rivela per ciò che è. Anche in questa narrazione, però, la vicenda si conclude in maniera negativa con la sua morte, investita da un’auto mentre tenta di sfuggire all’amante virtuale che l’ha smascherata. La morte rappresenta, in tal senso, l’esito inevitabile di un senso di colpa latente.
Un elemento non secondario è la professione della protagonista: docente universitaria di letteratura. Tale condizione sottolinea la frattura tra il livello culturale e la fragilità emotiva. La conoscenza non solo non basta a salvarla dal potere distruttivo dell’inconscio - che impone le proprie logiche indipendentemente dalla razionalità - ma aggiunge un livello di ironia tragica al personaggio: la razionalità intellettuale che insegna è proprio ciò che non riesce ad applicare a sé stessa.
L’adolescenza stessa, del resto, non è una fase naturale ma una costruzione sociale, un prodotto della modernità industriale. Nelle società contadine si passava direttamente dall’infanzia all’età adulta, senza quello spazio intermedio di sospensione e crisi che oggi definiamo adolescenza. Si tratta dunque di una categoria culturale, non fisiologica; e il suo riemergere nell’età matura appare, da un punto di vista psicoanalitico, come un sintomo di regressione difensiva, un ritorno verso un tempo idealizzato e ormai irrecuperabile.
In questa prospettiva Il mio profilo migliore può essere letto come una metafora della fuga dal dolore attraverso la regressione e come una riflessione sulla fragilità identitaria dell’individuo contemporaneo. L’illusione adolescenziale, coltivata per negare la perdita e l’abbandono, si dissolve inevitabilmente di fronte alla realtà, lasciando emergere la verità ultima del dolore: quella di un sé incapace di integrarsi, diviso tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere, fino all’autodistruzione.

Daniele Ciavatti

2 commenti:

  1. Ciao Daniele, molto interessante la tua recensione, che inquadra l'opera dal punto di vista psicologico. Il film offre spunti anche per riflettere sul virtuale, così come il romanzo da cui è tratto

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    1. Daniele19/12/25

      Certo Pier, anche se in questo caso la virtualità è un mezzo, seppur determinante, al servizio della psicosi della protagonista. A presto !!

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